Zoldo c’è e difende i suoi torrenti con a capo il sindaco

Da La Stampa del 4 ottobre 2017

La strada che da Longarone si addentra nella Val di Zoldo è un susseguirsi di curve, opere idrauliche e striscioni che dall’alto della parete di roccia mettono in guardia il guidatore: «Zoldo c’è e difende i suoi torrenti». Ad appenderli, l’omonimo comitato che, insieme all’amministrazione locale, da alcuni anni conduce la battaglia contro la proliferazione delle cosiddette centraline mini idroelettriche, gli impianti di potenza nominale inferiore a 1MW. Una tecnologia datata e inefficiente, che sacrifica territori incontaminati sull’altare di una produzione trascurabile nel contesto energetico nazionale. Ma resa redditizia dagli incentivi del governo, tanto da alimentare una fiorente compravendita di progetti e autorizzazioni, i cui protagonisti spesso provengono da città lontane.

E contro i quali cittadini e amministrazione locale possono poco. «Non è che nel Bellunese siamo più sfortunati di altri» avverte Lucia Ruffato, portavoce del comitato. «La propagazione del mini idroelettrico affligge tutto l’arco alpino». Nonché l’Appennino centrale, Puglia, Sicilia e Sardegna, portando ovunque cantieri, strade e opere di presa anche in luoghi di grande valore naturalistico. «Per un territorio votato al turismo, che fa della natura la sua ricchezza, opere impattanti come le centraline sono un danno incalcolabile» commenta Camillo De Pellegrin, sindaco di Val di Zoldo, la cui giunta ha votato una delibera contro il mini idroelettrico, vietando la costruzione di nuovi impianti. Le richieste di autorizzazione ormai si spingono sempre più in altitudine, alla ricerca dei più piccoli corsi d’acqua da sfruttare. Alcuni di questi ricadono in siti di interesse comunitario, zone di protezione speciale e perfino nel cuore di siti proclamati patrimonio dell’Unesco, come le Dolomiti. Non bisogna lasciarsi ingannare dal prefisso «mini». Mediamente le condutture si snodano per un paio di chilometri e il loro diametro può raggiungere 1,20 metri.

L’attuale iter di concessione non prevede inoltre una valutazione cumulativa dell’impatto di più centraline poste sul medesimo torrente. «E così accade che l’acqua che alimenta un impianto faccia ritorno in alveo, e sia immediatamente prelevata dall’impianto successivo. E la Valle rimane senz’acqua» chiarisce Ruffato. Secondo i dati di Gestore Servizi Energetici, al 2015 erano 2.536 gli impianti mini idroelettrici presenti nel nostro paese.

E altri 2mila progetti erano in fase di istruttoria: qualora le richieste andassero tutte a buon fine, sarebbero oltre 3mila i chilometri di corsi d’acqua costretti nelle condutture. Uno sproposito, la cui utilità è apertamente contestata dal rapporto di Legambiente «L’idroelettrico: impatti e nuove sfide al tempo dei cambiamenti climatici», impietoso nel valutare il contributo del mini idroelettrico. Come numerosità, gli impianti da 1MW sono il 69% del totale, ma nel loro insieme rappresentano appena il 4% della potenza idroelettrica installata, per una produzione totale che nel 2014 copriva appena il 5% del comparto idroelettrico, e superava di poco il 2 per mille del fabbisogno complessivo nazionale. A fare la parte del leone sono i 303 grandi impianti di potenza superiore ai 10MW, che da soli costituiscono l’82% della potenza idroelettrica installata e il 76,3% della produzione idroelettrica. Un parco dighe purtroppo logoro, che consiste per oltre la metà in impianti in esercizio prima degli anni ‘60, bisognosi di manutenzione e ammodernamento.

Questa corsa all’oro blu, iniziata nel 1999 grazie all’introduzione dei cosiddetti «certificati verdi», ha preso ulteriore slancio dieci anni più tardi con il recepimento della Direttiva europea in tema di energia, e con la decisione dei governi di incentivare lautamente la produzione delle rinnovabili. «Per ogni KWh di elettricità immesso nella rete elettrica da impianti inferiori a 1MW sono riconosciuti fino a 0,257 euro. Una tariffa tre volte superiore al valore di mercato» ragiona Renzo Scussel, anche egli membro del comitato «Zoldo c’è». A queste condizioni, un nuovo impianto si ripaga in appena quattro anni. E poiché gli incentivi sono corrisposti per una durata di 20 anni, c’è chi ne ha fatto un business. «Le centraline cambiano rapidamente proprietario: chi progetta l’impianto spesso vende l’autorizzazione a una ditta edile che lo costruisce, e che a sua volta lo cede a un terzo soggetto che ne gestirà l’esercizio» prosegue Scussel, enumerando gli imprenditori giunti da lontano con in tasca un’autorizzazione. In questo contesto le amministrazioni locali cercano di opporsi come possono.

«Siamo spettatori di ciò che accade nel nostro territorio: questi impianti sono classificati come opere di pubblica utilità, e perciò il comune non ha voce in fase istruttoria. Tutto ciò che possiamo fare è presentare ricorso al Tribunale delle Acque», scuote la testa il sindaco De Pellegrin. Una pubblica utilità non giustificata dalla trascurabile produzione energetica. Ma che impoverisce la cittadinanza tramite l’esproprio dei terreni, l’alterazione del paesaggio e la sottrazione di acqua. Facendo invece il guadagno di pochissimi privati che mettono le mani su beni pubblici.

Davide Michielin, Dr. Biol.