Sirena, le dighe in provincia di Belluno

Dal Corriere delle Alpi del 20 ottobre 2016

Due volumi per ricostruire l’ideazione, la costruzione e le conseguenze degli sbarramenti
nella nostra provincia, la più sfruttata del Veneto per il fabbisogno energetico nazionale
“Le dighe in provincia di Belluno” raccontate nel lavoro di Toni Sirena

BELLUNO La storia strozzata delle acque bellunesi. È stato presentato ieri sera il nuovo libro in due volumi di Toni Sirena “Le dighe della provincia di Belluno”, in edicola oggi e il 27 ottobre prossimo con il Corriere delle Alpi al prezzo di 8.80€ più il prezzo del giornale. L’opera ricostruisce, attraverso un imponente lavoro di ricerca d’archivio, l’ideazione, la costruzione e talvolta le disastrose conseguenze dei tanti sbarramenti eretti sui corsi d’acqua in provincia, anche riportando alcuni documenti inediti sulla storia della costruzione della diga del Vajont e del disastro che ne conseguì. Gli interventi di Sirena, in risposta alle domande di Paolo Cagnan, condirettore del Corriere delle Alpi, sono stati intervallati dalle letture di Guido Beretta di brani tratti dal libro come quello sull’arrivo della corrente elettrica a Belluno nel 1897. I due volumi tracciano, anche attraverso le 450 immagini, la storia delle opere ma anche delle società che hanno realizzato e gestito gli impianti, così da poter offrire un quadro completo della situazione dell’idroelettrico in provincia dalla fine dell’Ottocento al disastro del Vajont del 1963. «I due volumi sono concepiti come un unico lavoro – spiega Sirena – dalle prime opere pionieristiche di oltre un secolo fa alla nazionalizzazione degli impianti idroelettrici avvenuta nel 1963 in quella che è la provincia che più di ogni altra in Veneto ha messo le proprie risorse idriche al servizio del fabbisogno energetico nazionale». Aspetto centrale dell’opera è il rapporto tra pubblico e privato nella gestione delle risorse idriche, con una continua ambiguità tra i controllori e i controllati: «La nazionalizzazione delle dighe non fu, come nell’esempio delle ferrovie nel 1905, un passaggio di consegne dai privati allo Stato, bensì un affidamento delle risorse da parte del pubblico a grandi soggetti terzi in cui lo Stato rimaneva il massimo finanziatore delle opere». Sirena pone l’accento sulle tante piccole società che gestivano, a inizio secolo, le dighe nel bellunese e che furono via via assorbite dalla Sade che, senza alcun controllo, modificò la portata del Piave e dei suoi affluenti piegandoli ai bisogni energetici. «È la storia del Piave e del suo pesantissimo sfruttamento, concetti come la conservazione di un bene prezioso come l’acqua non erano motivo di discussione all’epoca e si credeva che le forze della natura dovessero essere messe al servizio dell’uomo senza troppi scrupoli». Nel libro si ricordano, ad esempio, le proteste di sindacati e cittadini negli anni 50 per l’esigua quantità di acqua che arrivava a Belluno a causa di tutti gli sbarramenti creati a monte: «Un enorme danno sia dal punto di vista turistico che igienico, con la creazione di zone paludose e malsane». Chiare, anche in questo caso, le disastrose conseguenze ambientali subite dal principale corso d’acqua del Veneto: «Basti pensare che, nel tratto in cui tocca Belluno, ad inizio 900 il Piave registrava una portata di circa 55 metri cubi al secondo; col susseguirsi della costruzione di sbarramenti si arrivò a toccare la misera massa di 5 metri cubi al secondo. Oggi si contano circa 12 metri cubi secondo, ben poca cosa rispetto alla sua portata naturale». Immancabile, come a segnare la fine di un’epoca, un capitolo interamente dedicato ai tragici fatti del Vajont sui quali, spiega ancora Sirena: «Molto è stato scritto, coprendo a sufficienza tanti aspetti della vicenda. Quello che ho cercato di fare con quest’opera è di riempire i vuoti bibliografici riguardanti le altre dighe del territorio, sulle quali poco è stato scritto e spesso in modo puramente tecnico. Se si analizza il disastro del Vajont senza prendere in considerazione il complesso della situazione è impossibile capirlo appieno. Sappiamo, ad esempio, che sarebbe bastato applicare la legge già ai tempi della formazione del lago di Centro Cadore negli anni 50, quando la Sade riuscì a non far collegare la creazione del lago ai crolli avvenuti nella frazione di Vallesella, responsabilità invece chiaramente individuata dalle perizie indipendenti. Se all’epoca si fosse costretta la Sade a rivedere i piani per quel bacino, quello del Vajont avrebbe avuto una portata molto minore e, forse, oggi la storia sarebbe diversa». Non mancano, comunque, alcuni documenti importanti e inediti sulla diga costruita davanti a Longarone «Ho ritrovato una comunicazione del 1943, quando si avviarono i lavori preliminari per la costruzione della diga, in cui l’allora podestà di Erto salutava con entusiasmo l’arrivo della Sade, tanto da offrire gratuitamente tutti i terreni di proprietà del comune per agevolare la creazione di quell’incredibile opera di progresso».

Fabrizio Ruffin