Per i fiumi è allarme acqua

dall’Avvenire del 12 agosto 2016
​«Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio, dei primi fanti il 24 maggio…»: oggi il fiume veneto – icona della Prima Guerra Mondiale – è troppo calmo e inesorabilmente placido. E centouno anni dopo le vicende che ispirarono i versi della “Leggenda del Piave”, sembra condannato ad un futuro incerto. Non è il solo, purtroppo, a perdere consistenza fino a rischiare di scomparire: secondo il Wwf, entro il 2025 quasi metà della popolazione mondiale potrebbe vivere in zone dove i fiumi di un tempo saranno a rischio di prosciugamento. Sono in pericolo le arterie pulsanti del nostro Pianeta, divinizzate da tutte le culture più antiche del mondo, sentinelle propulsive dell’evoluzione umana. Fin dal 3300 a.C. si trovano tracce dei navigatori della civiltà della valle del fiume Indo, a cui seguono nell’Età del Bronzo le grandi culture mediorientali della “Mezzaluna fertile”, sorte tra il Tigri e l’Eufrate. Oggi questi due fiumi sono a rischio: tra il 2003 e il 2010 i corsi hanno perso una quantità d’acqua pari al volume dell’intero Mar Morto. Meglio non va al Nilo, padre della civiltà egizia, al Fiume Giallo e al Fiume Azzurro, culle dell’antica Cina. Acque inquinate e sempre più scarse, una condizione che riguarda i più importanti fiumi al mondo: oltre a quelli citati, il Saluen, il Danubio, il Rio de la Plata, il Rio Grande, il Gange, il Murray e il Mekong. Perché stiamo perdendo i nostri fiumi? Colpa delle dighe (grandi e piccole), dell’eccessivo sfruttamento idrico per motivi industriali e agricoli, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici.
Secondo le Nazioni Unite, nei prossimi trent’anni la domanda globale di acqua crescerà del 55% e già nel 2030 il 40% di questa richiesta potrebbe non essere soddisfatta. Tra quindici anni, infatti, la domanda idrica per usi industriali e agricoli crescerà a dismisura. E intanto le risorse fluviali vanno salvaguardate da inquinamento, prelievi insostenibili e dighe.
Il 5 novembre del 2015 il collasso di due sbarramenti idrici nello Stato brasiliano di Minas Gerais ha gettato sulle comunità circostanti una quantità d’acqua pari a quella contenuta in 25mila piscine olimpioniche: uno dei disastri ambientali peggiori nella storia del Brasile. Circa i tre quarti del fabbisogno energetico del Brasile sono forniti da centrali idroelettriche e adesso il governo ha deciso di creare 40 nuove dighe sul fiume Tapajòs, affluente del Rio delle Amazzoni, distruggendo ecosistemi millenari e spingendo ad emigrare gli indigeni Munduruku. Effetti gravissimi, simili a quelli provocati dallo sbarramento brasiliano di Belo Monte, la terza diga più grande al mondo dopo quella cinese delle Tre Gole e quella di Taipu, tra Brasile e Paraguay.
Qualcuno penserà: “Però l’idroelettrica è energia verde”. Sbagliato: le centrali idroelettriche basate sulle dighe possono essere attentati pericolosi agli eco-sistemi globali, perché alterano il corso naturale del fiume, e come ricorda Cristian Bertolin dell’associazione Canoe Open Mind: «Il fiume è un essere vivente e quando viene bloccato, cerca altre strade». E così le dighe violentano habitat umani, animali e naturali, senza offrire difese adeguate contro le inondazioni sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Nel caso della recente piena della Senna, arrivata a toccare 6 metri di innalzamento oltre l’ordinario, il grande sistema di dighe di laminazione creato per impedirne l’esondazione ha abbassato il livello di soli 60 centimetri.
Anche per queste ragioni lo scorso 16 aprile, dal lago sloveno di Bohinji, è partita una carovana di kayak con l’obiettivo di solcare 35 fiumi europei per una grande protesta. L’obiettivo è impedire la realizzazione prevista di 2700 dighe nei prossimi anni, tra cui 113 in parchi naturali. La questione ha una portata globale: nel 2010, le spese mondiali per la costruzione di nuove centrali idroelettriche sono state di circa 100 miliardi di dollari, contro gli appena 19 investiti in energia solare. Una sproporzione che si spiega solo con i maggiori profitti per le imprese interessate.
E se riducessimo la presenza di dighe e i settori industriali e agricoli svolgessero prelievi idrici sostenibili, sarebbe ancora da risolvere l’inquinamento delle acque. «Sulle rive del Mekong, (l’arteria fluviale dell’Indocina) ci sono dighe formate da rifiuti, in un fiume che è una fogna a cielo aperto: il Mekong è un po’ la discarica di tutta l’Asia. E la platessa, il merluzzo, il pangasio pescati qui arrivano anche nei nostri supermercati». E’ il racconto di Igor D’India, filmaker, che ha messo in piedi il progetto “The Raftmakers” (visitate la pagina ufficiale su Facebook), grazie al quale ha navigato alcuni grandi fiumi nel mondo. Oltre al Mekong, ferito dalle moltissime dighe e dall’inquinamento fuori controllo, Igor ha navigato sullo Yukon, in Alaska: qui nei villaggi dei remoti fiumi dei Territori del Nord Ovest, dove il cristallino del ghiaccio domina lo sguardo, è sconsigliato mangiare più di un pesce a persona a settimana, per le contaminazioni di mercurio dovute all’estrazione dell’oro. «Gli indiani Gwich’in – continua – hanno paura del mercurio: su un alce grande ha un impatto relativo ma su una donna incinta più di un pesce al mese può provocare disastri».
E cosa succede all’altro capo del mondo, nel nostro Belpaese? I risultati sono chiari: l’Ispra rileva una contaminazione da pesticidi nel 64% dei laghi e dei fiumi italiani e di un terzo delle acque sotterranee. «I fiumi sono entità vive, con la loro identità – riprende Bertolin – pensiamo solo all’errore di chiamare con un nome maschile la Piave (infatti, il nome del celebre fiume fu “maschilizzato” all’inizio del secolo): oggi si è trasformata in un mostro, che una volta liberata si trasforma in una massa di fango. Ad aprile, quando un fiume alpino dovrebbe essere pieno, la Piave era prosciugata». Il fiume veneto è il simbolo dei problemi che affliggono i corsi nel mondo: eccesso di prelievi idrici agricoli e industriali, presenza di dighe, acque inquinate. E come per tutti i fiumi del mondo, le soluzioni sono lineari: prelevare acqua con coscienza, costruire meno dighe possibili, curare la pulizia dei corsi. Come fa Bertolin: insieme all’Associazione Canoe Open Mind ha cominciato a raccogliere la spazzatura. «Abbiamo buttato 10 tonnellate di rifiuti in un anno.
Noi crediamo che lo sforzo principale sia portare le persone al fiume: così il cittadino comincia ad agire da solo per il bene comune». Altri problemi, però, dipendono dalle istituzioni: e adesso la Piave è stanca. «C’è un eccesso di prelievi idrici di circa 150 milioni di metri cubi l’anno», spiega Diego Cason del Centro italiano per la riqualificazione fluviale. «Si pesca acqua direttamente dalle falde sotterranee, impoverendole: così si contamina l’acqua salata con quella dolce, rovinandola. Ma ci sarebbe acqua sufficiente per tutti, se i prelievi fossero ponderati». L’altro problema della Piave sono le dighe: «Con gli incentivi alle rinnovabili sono stati costruiti molti mini-impianti idroelettrici in Italia – racconta Lucia Ruffato, Wwf – Terre del Piave, Belluno e Treviso – perché sono quelli che hanno, in proporzione, incentivi maggiori.
Questo ha scatenato una corsa alle domande. Solo nella Piave alta, quest’anno sono stati richiesti 200 impianti». Ma piccolo non sempre è bello: anzi in questo caso è inutile e dannoso. «Lo Stato ci mette l’incentivo, la Regione non fa le normative di sicurezza, chi ha la concessione non sempre è diligente – conclude la Ruffato –. Con la strategia energetica nazionale, vogliamo aumentare del 10% la produzione idroelettrica: ma i 2000 impianti già esistenti forniscono il 2×1000 di ciò che consumiamo. Se anche ne sorgessero altri 2000, arriveremmo solo al 4×1000, distruggendo gli eco- sistemi dei fiumi pertinenti. Ne vale la pena? ».

Gianluca Schinaia