Mis, idroelettrico grande business – appello per difendere i fiumi

L’Adige.it, 2 febbraio 2015

Idroelettrico grande business – Appello per difendere i fiumi

Dolomiti
A ponte Titele la valle del Mis comincia a schiudersi e compaiono in lontananza le prime abitazioni: siamo ormai in Agordino, seguendo a ritroso il corso del torrente. Da Sospirolo (una quindicina di chilometri da Belluno) a Sagron Mis (Trento) scorrono queste acque finite ripetutamente nel mirino di chi fa affare con l’energia idroelettrica, grazie ai generosi incentivi statali riservati a questo settore (assimilato alle fonti rinnovabili, così come avviene per inceneritori e impianti simili).
La vicenda di questo torrente è diventata un simbolo, nel Bellunese, della lotta popolare per contrastare la crescente cementificazione dei corsi d’acqua, un fenomeno che interessa peraltro anche il Trentino Alto Adige. Questo torrente scorre per una trentina di chilometri, da Mis a Mis, due paesi omonimi, uno in Primiero, nei pressi del passo Cereda, l’altro in Valbelluna, dove il corso d’acqua si getta nel Cordevole. Il segmento più emozionante dal punto di vista naturalistico è il canale tra Gosaldo e Sospirolo, nel Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi. All’imbocco della valle incontriamo il lago del Mis, un bacino artificiale creato nel 1962, con una diga alta novanta metri. L’ambiente mostra fin da subito tutto il suo fascino, con scorci sullo specchio d’acqua e sulle cime.
A ponte Titele, all’improvviso, l’alveo del torrente è offeso da colate di cemento armato, ciò che rimane (tutto da risanare) del cantiere di una centrale idroelettrica avviato nel marzo 2012, su autorizzazione della Regione Veneto, dalla società bresciana Valsabbia Spa, presieduta da Chicco Testa, vecchia conoscenza del movimento ambientalista.
Il progetto, approvato dalle autorità malgrado toccasse un’area protetta, dieci mesi fa è stato bloccato definitivamente da una sentenza della Corte di cassazione. Un risultato frutto della vasta mobilitazione popolare che oggi prosegue, a suon di marce e ricorsi legali, per difendere quel dieci per cento di acque bellunesi non ancora oggetto di sfruttamento idroelettrico. Le richieste di derivazioni fioccano, spesso firmate da società venute da fuori, per godere negli anni del reddito garantito dagli incentivi statali oppure con intenti doppiamente speculativi (ottenere la concessioni e poi cedere il redditizio impianto al miglior offerente).
Nel caso specifico, peraltro, ancora nessuno si è occupato del ripristino ambientale: né l’impresa né gli enti pubblici. L’alveo del Mis resta pesantemente cementificato il comitato bellunese acqua bene comune chiedono con insistenza che si intervenga ma la beffa è che il mese scorso a subire una condanna da un Tribunale, unico soggetto colpito dalla «giustizia» a fronte dell’apertura di un’opera stoppata dalla Cassazione, è stato un atttivista del movimento, perché nel corso di una manifestazione per il ripristino ambientale (nel novembre 2013) entrò nell’ex cantiere malgrado il questore avesse vietato l’accesso.
Oltretutto, ora, nella stessa zona incombe un altro progetto, contestato anche dal Comune (siamo nel territorio di Gosaldo) ma che potrebbe trovare il via libera in Regione Veneto.
Ormai da anni nel Bellunese è tutto un rincorrere progetti per salvare i tratti residui dei corsi d’acqua non ancora interessati (il 90% dei torrenti è già sfruttato per l’idroelettrico).
Il movimento per l’acqua chiede una moratoria sulle quasi 200 domande per nuove centraline alle quali le autorità regionali – come sempre – sarebbero pronte a dare l’Ok allettando con briciole di canone gli enti locali finanziariamente ridotti allo stremo. Una battaglia che ora diventa nazionale, grazie all’appello lanciato da Legambiente, Wwf Italia, Mountain Wilderness Italia, Federazione pesca sportiva, Cai, Forum italiano dei movimenti per l’acqua, Comitato bellunese acqua bene comune e sottoscritto via via da una miriade di sodalizio, fra i quali il Comitato permanente di salvaguardia del fiume Noce.
Si rileva, fra l’altro, che questo proliferare di impianti idroelettrici, a fronte di un pesante impatto ambientale complessivo (con riflessi anche sul turismo, per l’impoverimento dei torrenti), ha uno peso assolutamente marginale nella produzione energetica nazionale: si potrebbe ottenere molto di più rendendo più efficienti le grandi centrali storiche.
A Belluno si denuncia una forma di colonizzazione della montagna, che depauperando fiumi e torrenti viola la natura e danneggia anche il turismo (un altro fronte polemico è il rifornimento irriguo alle colture della pianura veneta).
Così la difesa dell’acqua diventa anche un emblema della battaglia trasversale per l’autonomia amministrativa di una provincia dolomitica che rifiuta il ruolo di terra di conquista e chiede strumenti politici per favorire la vita in ambito montano. E siamo nelle vallate travolte dall’orrore del Vajont: duemila vittime del rapace business idroelettrico, cinquant’anni fa, il 9 ottobre 1963.
Di seguito un comunicato stampa diffuso qualche giorno fa dal Comitato bellunese acqua bene comune e da Peraltrestrade Dolomiti.
La nota riguarda un altro caso discusso, questa volta nell’area orientale del Bellunese, ma contiene alcuni dati interessanti su dimensioni e caratteristiche dell’intero capitolo idroelettrico sulle Alpi.
«Il 22 gennaio – si legge nel documento – ha avuto luogo a Lozzo di Cadore il sopralluogo per un nuovo impianto idroelettrico sul Rio Rin, committente la società Lumiei Impianti srl di Sauris (Udine la stessa che ha già costruito un impianto sul torrente Piova in territorio di Vigo.
Il tratto che si vuole derivare si trova immediatamente a monte dell’attuale impianto Baldovin e avrà una lunghezza di quasi tre chilometri.
Preleverà una portata massima di 220 litri/secondo lasciando in alveo un deflusso minimo vitale da 20 a 28 l/s.
L’investimento sarà di 1.400.000 euro per un ricavo annuo stimato di 438.000 euro, a fronte di circa 19.000 euro di canoni e sovracanoni idrici da versare alla Provincia (10.000), al Bim (7.000) e al Comune di Lozzo (meno di 2.000 euro).
Due terzi del ricavo proverranno dagli incentivi governativi – garantiti e a fondo perduto – pagati dal contribuente italiano (in particolare normali cittadini, artigiani e piccole imprese) con la bolletta della luce. All’incontro erano presenti rappresentanti della ditta proponente, di Arpav, della Regione, del Genio civile, del Comune e del comitato Acqua bene comune Belluno.
Invitata ma non presente – non lo è praticamente mai – la Soprintendenza ai Beni Ambientali. Assenti i cittadini di Lozzo.
Tutto si è svolto come da prassi consolidata: incontro in municipio, illustrazione del progetto, sopralluogo sui posti della presa e del rilascio nella bella Valle dei Mulini; poi di nuovo in municipio per le osservazioni e la redazione del verbale. Se questo impianto verrà realizzato andrà ad aggiungersi a tutti quelli già costruiti in Provincia di Belluno e a 150 nuovi impianti mini-idro attualmente autorizzati o in istruttoria, a meno che non venga colta la richiesta di moratoria avanzata attraverso un Appello nazionale per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico dalle maggiori associazioni nazionali, regionali e locali che si occupano di fiumi e di ambiente, Cai centrale incluso.
In assenza di una moratoria, una volta chiuso questo ciclo, per ammirare un torrente naturale che scende spumeggiante tra muschi e salti di roccia si dovrà sfogliare una rivista patinata o ripescare qualche vecchio filmato pubblicitario sulle Dolomiti, perché sul territorio non ce ne saranno praticamente più.
Bisogna agire ora, se non si vuole rischiare di rendersi conto troppo tardi di quanto il nostro territorio sia stato impoverito, in cambio di nulla o di poche briciole, a fronte di un contributo energetico riconosciuto e documentato come scarsamente significativo. Nessuno può tirarsi fuori, a cominciare da chi ci amministra, a tutti i livelli. Nessuno può affermare che non ha visto, o che non sa».
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