LAGO DI CADORE: cosa dicono Susin e D’Alpaos

LAGO DI CADORE: cosa dicono Susin e D’Alpaos.

 

Corriere Alpi 10-12-2020
Completati solo tre bacini di laminazione sui 23 progettati nel 2010. Il docente d’ idraulica critica il ministro Costa.
Alluvione, bloccate opere per 530 milioni D’Alpaos: «Piave, i comitati sbagliano»

Ce la farà mai il Veneto a completare i 23 bacini di laminazione sui fiumi e scongiurare definitivamente l’incubo alluvione? La lista pubblicata sul sito della regione lascia intendere che il ritardo è netto: dopo il disastro del 2010 a Vicenza e nel bacino padovano di Bacchiglione e Brenta, Luca Zaia ha affidato al professor Luigi D’Alpaos il piano di salvataggio. A che punto siamo? Due i traguardi tagliati: l’invaso di Caldogno e quello di Montecchia di Crosara con 54 milioni investiti ma anche l’invaso sul Monticano a Fontanelle è entrato in funzione. La lista delle incompiute resta però eterna: 20 bacini da realizzare con una spesa di 530 milioni, 180 dei quali non hanno ancora la copertura di bilancio. Tutta colpa di Roma? A scanso di equivoci e per non rovinare l’umore all’assessore Bottacin, si tratta di un capitolo completamente diverso da quello gestito dalla Protezione civile: con l’Unità di missione a Palazzo Chigi il Veneto ha appaltato 1035 cantieri pari a 1075 milioni di euro per curare le ferite di Vaia. Il professor D’Alpaos, docente emerito di Idraulica all’Università di Padova, nel suo “Sos laguna” pubblicato da Mare di Carta, ha scritto che bisogna salvare Venezia e la sua laguna “dai predatori ingordi, dai tecnici e politici senz’anima”.

Per passare dalle parole ai fatti dall’archivio della storia propone il “dittatore idraulico” inteso come il magistrato eletto dal senato romano in caso di pericolo che restava in carica un anno con poteri speciali. Dei politici non nutre grande fiducia. Soprattutto di chi cavalca i comitati popolari per bloccare le opere sul Piave. «In Italia sappiamo come va a finire, basta creare un comitato manovrato da qualche partito e le soluzioni dei tecnici restano nel cassetto. Ecco, il ministro dell’ambiente Costa ha proposto il contratto di fiume per il Piave e così se ne andranno altri due anni in discussioni. La politica paralizza e allunga i tempi, la storia del Mose insegna.

Ma anche il Friuli si è messo di traverso per bloccare il serbatoio a Pinzano e non si è fatto nulla. Problemi ci sono anche a Colle perché i comitati cavalcano la protesta per bloccare l’intervento sul Meduna e il Livenza: eppure si tratta di salvare Pordenone dal caos», spiega il docente di Ingegneria.Il caso che più fa discutere riguarda Debora Serracchiani: mentre era alla guida del Friuli s’ era fatta venire l’ idea di alzare l’argine sinistro del Tagliamento che rientra nel suo territorio. Così le piene si sarebbe riversate sulle campagne venete da Latisana in giù. Progetto sventato, ricorda D’Alpaos.

E delle megacasse della discordia sul Grave di Ciano del Piave cosa ne pensa il professore? «È sorprendente che la politica cavalchi le proteste ambientali con l’unica idea di spostare l’invaso a casa altrui, come per le discariche e gli inceneritori. Non ci siamo. Stiamo parlando del piano De Marchi approvato dal Parlamento nel 1970 che ho aggiornato dopo l’alluvione del 2010. Sono passati 50 anni, siamo ancora in piena emergenza e solo il presidente Zaia ha deciso di realizzare i bacini di laminazione e investire nella difesa idraulica e geologica. Chi protesta non ha presentato soluzioni alternative e ha trovato l’appoggio del ministro Costa che ora si deve assumere la responsabilità dei danni causati dai ritardi.

Dopo l’invaso di Caldogno, sono in dirittura d’arrivo quello di viale Diaz a Vicenza, di Montebello e poi le vasche a Trissino-Arzignano. L’opera sul Piave è un francobollo su una superficie lunare, saccheggiata dalla speculazione dei cavatori autorizzati ad aprire crateri: nessuno li ha mai fermati. Le grandi opere idrauliche sono fondamentali: ne serve una sull’Astico per salvare il Bacchiglione e Padova dalle alluvioni. L’ultimo intervento degno di nota in Veneto è la galleria Mori-Torbole sul Garda che ha salvato Verona dal disastro. C’è l’idrovia di Padova da completare ma chi tocca la laguna di Venezia si arena nel mare dei veti della politica». Albino Salmaso

 


 

Corriere Alpi – 27-10- 2019 
«Nel tratto bellunese del Piave sono saltate tutte le misurazioni impossibile fare previsioni». Solo da Nervesa in giù c’erano dati certi sulle portate
D’Alpaos mette sotto accusa la gestione del deflusso dell’acqua dalle dighe.

(A seguito convegno a un anno da Vaia, Pieve di Cadore 26-10-019)

«È un non senso gestire i serbatoi idroelettrici come si è fatto un anno fa, trattenendo l’acqua nelle dighe, anziché lasciarla andare». Da Pieve di Cadore, al convegno della Magnifica, Luigi D’Alpaos ha messo sotto accusa la conduzione dei bacini, in particolare quelli lungo l’asta del Piave. «Il Piave origina dal Peralba, al confine con l’Austria, ma per avere qualche dato sul deflusso delle acque, un anno fa, abbiamo dovuto pizzicare i dati solo da Nervesa della Battaglia in giù, fino a San Donà di Piave – racconta -.
Nel tratto bellunese del fiume sono saltati tutti gli strumenti di misurazione, ma, quel che è peggio, è che si è trattenuta l’acqua nel lago del centro Cadore e negli altri invasi, per cui addirittura era impossibile fare previsioni». 3.200 metri cubi al secondo il passaggio dell’acqua a Nervesa della Battaglia, 2.600 a Ponte di Piave. Piene ben inferiori, comunque, a quelle del 1966, con 5000 metri cubi al secondo a Nervesa. La tempesta Vaia, per D’Alpaos, ha posto anche una chiara esigenza che si perfezioni quanto prima il sistema di controllo del deflusso delle acque. Il sindaco di Calalzo, De Carlo, che ha la responsabilità della sicurezza sul lago, ha preso buona nota.

D’altra parte, il problema dei bacini, naturali o artificiali, è condiviso in più valli della provincia. Ieri si è riparlato del lago di Alleghe, dove sono ben otto i milioni di investimento nella pulizia e nella sicurezza. Vincenzo Artico, stretto collaboratore di Dell’Acqua, dirigente del commissariato regionale per la ricostruzione, ha confermato che sono ben 500 mila i metri cubi di fango da liberare dal bacino. 100 mila resteranno sul posto per terrazzare le sponde del Cordevole, 400 mila saranno portati a valle e depositati in una singolare “banca del fango”, da cui attingere in caso di future necessità.

Artico ha fatto il punto anche sul progetto di recupero dei Serrai di Sottoguda (altri 8 milioni), per i quali D’Alpaos ha comunque auspicato che la compatibilità da ricercare non sia soltanto quella ambientale ma anche la sicurezza. –F.D.M.

 


 

07-01-2017
Lions, serata sul tema dell’acqua

«Non si parlerà solo del lago del Centro Cadore, pur sempre al centro dell’attenzione, nel convegno che il Lions Cadore Dolomiti e il Lions International stanno organizzando per giovedì 12 alle 18,30 in Magnifica», afferma l’architetto Di Mir Monsef Massud, responsabile triveneto dei Lions, «il tema principale sarà infatti quello dell’utilizzo e della difesa di questo sempre più prezioso liquido, osservando con molta attenzione quanto sta succedendo in Cadore.
Per parlarne con cognizione di causa è stato chiamato l’ingegner Luigi D’Alpaos, professore emerito di Costruzioni idrauliche dell’Università di Padova, che ha eseguito nel corso della sua lunga carriera degli studi che oggi fanno parte della storia dell’idraulica e delle costruzioni ad essa collegate». Non mancheranno gli approfondimenti sull’uso che si fa oggi delle acque del Piave, tra produzione idroelettrica ed esigenze primarie e ambientali, e sul deflusso minimo vitale. Temi di stretta attualità, dunque, in un momento in cui è in corso una battaglia da parte di aziende elettriche private e pubbliche per la “conquista” anche dell’ultima goccia di acqua degli ormai asciutti torrenti cadorini, col Tar che peraltro ha rigettato alcuni progetti di nuove derivazioni. La notizia dell’organizzazione del convegno è stata subito ritenuta «molto interessante» da Giovanna Deppi, rappresentante locale del comitato che si occupa della difesa delle acque. «Saremo senz’altro presenti», ha affermato, e seguiremo la relazione di D’Alpaos. Speriamo di poter ricavare elementi nuovi per la nostra battaglia». (v.d.)

 


 

Corriere Alpi 30-07-2016
«Restituite al Piave l’acqua del Vajont» L’affondo dell’ingegner D’Alpaos.

Gli ambientalisti: «Noi ci saremo se la Regione cancellerà le cinque centraline a Belluno»
Dopo la candidatura delle colline del Prosecco, arriva quella della valle del Piave. Anche per il fiume sacro c’è chi chiede la protezione Unesco. Come per le carte del Vajont.
Ma ci sono i presupposti? «La protezione internazionale è per i siti eccezionali, unici al mondo, e quindi irripetibili», ricorda Marcella Morandini, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, «già provvisti di strumenti di tutela, perché l’Unesco non aggiunge vincoli, tanto meno risorse».
La candidatura del bacino fluviale del Piave è stata formalizzata il 28 febbraio di quest’anno e nei giorni scorsi è stata illustrata in un convegno a Venezia a cura del Comitato promotore presieduto da Giuliano Vantaggi e tra i cui membri ha lo scrittore Ulderico Bernardi. Ed è proprio Bernardi a tracciare una nuova prospettiva, sollecitando a unificare le due candidature, Piave e Prosecco. È evidente, secondo Bernardi, che per chiedere la “custodia” di questo creato all’Unesco, bisogna impegnarsi per la sua conservazione, possibilmente adoperandosi per cicatrizzare le ferite apportate sia al corso d’acqua che alle colline. I presupposti storici e culturali ci sono tutti: dalla Grande guerra ai grandi scrittori – primo fra tutti, anche se taluno lo dimentica, il poeta Zanzotto, quindi Ernest Hemingway, Dino Buzzati, Goffredo Parise -, fino ai grandi artisti come il Canova e Tiziano.
Il fiume più sfruttato. Il Piave è anche il fiume più artificializzato. L’ex consigliere regionale Sergio Reolon, che ha fatto della lotta contro le derivazioni idroelettriche la battaglia della sua vita politica, ricorda che l’Enel utilizza il 75% della risorsa idrica superficiale teoricamente disponibile – circa 2 miliardi di metri cubi all’anno -, a fronte di un valore medio complessivo che in altre aree significative del Paese non supera il 65%. Il tutto tramite una cinquantina di “prese” ad alta quota, che drenano l’acqua dei torrenti; un gigantesco sistema di by-pass di oltre 200 chilometri di tubature in gran parte sotterranee; 17 invasi di media grandezza; 30 impianti di produzione e un’infinità di altri sbarramenti e arginature funzionali. E il deflusso minimo vitale è una conquista degli ultimi anni.
L’ing. Luigi D’Alpaos dell’Università di Padova va ancora più in là. «Non c’è limite all’imbecillità», commenta alla notizia che viene avanzata una candidatura del Piave come patrimonio dell’umanità. «Il fiume se lo merita, eccome. Per la storia, non per il presente. È stato il teatro delle nefandezze dei nonni e dei padri di chi oggi vorrebbe proteggerlo», afferma perentoriamente. «L’hanno abusato in tutti i modi, per 50 anni ed oltre. Vogliono farlo rivivere attraverso l’Unesco? No, gli ridiano quei 13 mc d’acqua al secondo della diga del Vajont. Vogliono onorare i poveri morti di quell’immane tragedia dell’uomo? Li onorino», insiste D’Alpaos, «ricavando la vita dalla morte. La vita del Piave. E, quindi, delle popolazioni rivierasche»,

In Veneto esistono già sei siti Unesco: la laguna, Vicenza e le ville palladiane, l’orto botanico di Padova, la città di Verona, le Dolomiti, i siti palafitticoli preistorici delle Alpi. «Da quando, sette anni fa, le Nazioni Unite hanno rivolto la loro attenzione ai cosiddetti “paesaggi culturali”, luoghi in cui è evidente l’interazione storica tra uomo e natura, noi combattiamo per inserire nella categoria la valle del Piave», ha spiegato al convegno di Venezia Giuliano Vantaggi, presidente del comitato promotore. «Lungo questo fiume i crociati tornavano a Venezia dalla Terrasanta, sempre grazie alle sue acque l’Arsenale della Serenissima riceveva legname e materie prime dalle montagne».
Il diktat ambientalista. Luigi Casanova è portavoce della confederazione delle associazioni ambientaliste riunite in Cipra, i trevigiani Giancarlo Gazzola e Toio De Savorgnani lo sono di Mountain Wilderness. Questi ambientalisti sono stati fra i primi a battersi per il riconoscimento Unesco delle Dolomiti. Vorrebbero che si aggiungesse anche la foresta del Cansiglio. Sono disponibili a spendersi anche per la Piave e le Colline del Prosecco. «Siamo pronti a barattare il nostro sostegno», anticipano, «se la Regione impedirà che prima e dopo Belluno, lungo il Piave, vengano realizzate altre cinque centraline. E se la stessa Regione rinuncerà alla diga di Sernaglia e farà in modo di “rinaturalizzare” i colli del prosecco».
«Il nostro impegno c’è tutto», li rassicura Gianpaolo Bottacin, assessore regionale. «Purtroppo il Governo ha previsto nuovi incentivi per l’energia idroelettrica, proprio in questi giorni, ma i regolamenti regionali che abbiamo varato prevedono vincoli molto severi: nessun’altra derivazione a meno di 10 km di distanza da quella esistente». Francesco Dal Mas

 


 

Corriere delle Alpi 13-12-2014
«Basta con la laminazione delle acque del nostro lago».

Il sindaco di Pieve, Maria Antonia Ciotti, martedì ha chiesto ufficialmente la revoca del provvedimento che affida al lago di Pieve di Cadore la funzione “d’invaso di piena”, ovvero di “laminazione delle acque”.
La lettera (indirizzata per competenza all’ingegnere Roberto Casarin, segretario generale dell’Autorità di Bacino) è stata inviata per conoscenza anche all’ingegner Tiziano Pinato, della direzione difesa del suolo; a Daniela Larese Filon (presidente della Provincia di Belluno); al Genio Civile di Belluno; alla Fondazione Dolomiti Unesco; a Enel Produzione; al professor Luigi D’Alpaos dell’Università di Padova. Nella lettera il sindaco Ciotti chiede che la revoca del provvedimento di laminazione sia concessa già nell’ambito della convocazione del comitato tecnico del mese di dicembre, per il suo «abnorme onere sociale territoriale ed ambientale», in rapporto alle sue funzioni provvisionali che oggi sono sostituibili con il ricorso al normale allertamento della Protezione Civile». In merito alla richiesta del Comune di Pieve, è intervenuto l’ingegnere idraulico Giovanni Maria Susin, incaricato dal Comune di Pieve di seguire il “problema lago”.

«La laminazione è stata un provvedimento a zero efficacia per 13 anni consecutivi», afferma lo studioso, «ma del . danno economico-sociale- territoriale e d’immagine patito dal Cadore chi risponderà? L’Autorità di Bacino, autrice del Piano stralcio per la sicurezza», aggiunge Susin, è responsabile del progetto, la Regione è invece responsabile del mancato controllo della sua efficacia. Lo scopo della laminazione era la riduzione provvisoria delle piene del Piave in sostituzione dei lavori di perfezionamento di locali arginature da fare a Belluno, Longarone e Perarolo per le piene eccezionali, di rarità ultra centenaria, non a difesa delle esondazioni in pianura, perché gli effetti della laminazione si sarebbero esauriti subito a valle di Belluno. Sino dall’ideazione del provvedimento, decisamente singolare per le ragioni provvisionali a cui era rivolto, l’errore basilare fu di non riconoscere l’abnorme costo rispetto ai benefici. Il costo territoriale per un solo anno di laminazione era, come è stato dimostrato, 10 volte superiore della somma degli interventi da fare nel Piave. Il beneficio è stato solo di rinviare la relativa spesa. In conclusione, per 15 anni l’enorme danno sociale-economico-ambientale-paesaggistico patito dal Cadore è stato del tutto vano. Chi ne risponderà ora?».

 


 

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