LAGO DEL CADORE: grande idroelettrico – dighe – concessioni

LAGO DI CADORE: grande idroelettrico – dighe – concessioni

Bellunopress 16-01-2021
Vertice Provincia-Enel. Padrin: «Abbiamo parlato di fasce di rispetto, presidi territoriali e investimenti futuri. Grazie al ministro D’Incà per aver fatto da tramite»

A seguito dell’incontro a Roma di metà dicembre, la Provincia di Belluno ha tenuto venerdì scorso in videoconferenza una riunione con i vertici di Enel. Sul tavolo, i problemi anche recenti palesati con le abbondanti nevicate di inizio anno, e le prospettive di investimenti futuri per ammodernare e aumentare la resilienza delle reti elettriche.
A organizzare l’incontro, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà: «Il nostro territorio ha dato, e continua a dare, un notevole contributo energetico al Paese: ecco perché l’incontro con i rappresentanti di Enel, nato da un confronto con il presidente della Provincia Padrin, il consigliere Bortoluzzi e l’onorevole De Menech, si è rivelato particolarmente importante per porre l’attenzione su alcuni tasselli fondamentali, tra cui la stazione di Polpet. Un’attenzione che Enel ha affermato di dimostrare, insistendo sul valore del capitale umano e sull’importanza della sicurezza nei confronti del territorio. Significativo l’investimento di 90 milioni di euro negli ultimi 3 anni per le riparazioni post Vaia, che si è rivelato come il più alto del territorio nazionale a livello pro-capite. Non solo: è emersa la volontà di investire ulteriori importanti investimenti, a conferma di quanto il bellunese sia considerato strategico. Continueremo a confrontarci sui temi discussi e a portare le istanze a tutela del territorio, per lavorare assieme anche sotto il profilo della prevenzione e della tutela ambientale».
Enel infatti ha illustrato la situazione degli investimenti effettuati all’indomani della tempesta Vaia, per intervenire sui 200 chilometri di linee danneggiate dal maltempo. E ha presentato il piano relativo al prossimo triennio, con ulteriori 100 milioni per magliare le reti soprattutto in vista di un potenziamento delle linee di distribuzione per le Olimpiadi 2026, in considerazione del fatto che Cortina, già oggi, è una delle poche zone al mondo con il 100 per cento del telecontrollo del servizio elettrico.
«È stato un incontro importante, perché abbiamo potuto discutere in maniera costruttiva quelle che sono le criticità principali del territorio. Soprattutto considerando le problematiche segnalate dai sindaci anche nell’ultima emergenza meteo, con le nevicate di inizio anno» commenta il presidente Padrin. «I vertici Enel, sollecitati anche dal ministro D’Incà che ringrazio per aver organizzato questa riunione, hanno spiegato la loro visione di presidio territoriale. In questo senso abbiamo ricevuto maggiori garanzie sul mantenimento delle sedi operative di Polpet. Personalmente ho colto l’occasione per ringraziare gli operatori, 250 persone, che sono stati impegnati nei giorni delle grandi nevicate per assicurare il normale funzionamento del servizio elettrico».
L’incontro ha affrontato anche il tema della centrale e del ponte di Soverzene, del lago di Santa Croce e della zona di Paludi, e anche dell’interramento delle linee. «Dai vertici Enel è arrivata un’apertura totale alla collaborazione per l’allargamento delle fasce di rispetto – afferma il consigliere provinciale Bortoluzzi, reduce dai sopralluoghi nelle zone colpite dagli ultimi eventi meteo e dopo aver raccolto le istanze dei sindaci -. Una questione che abbiamo sollevato più volte e che abbiamo potuto toccare con mano anche nell’ultima emergenza. Le linee hanno retto, e solo la caduta di piante ha compromesso il funzionamento dell’alimentazione elettrica. Enel concorda con noi sulla necessità di allargare le fasce dai 10 metri attuali – non solo per le reti elettriche, ma anche per le strade, soprattutto in montagna – e ha avanzato l’ipotesi di fare di Belluno una provincia pilota su questo tema e sull’applicazione di nuove tecnologie. Ovviamente serve una norma ad hoc, che cercheremo di portare avanti come coordinamento delle Province interamente montane. Ma fin da subito, per interventi a breve termine, c’è l’idea di un taglio selettivo delle piante più alte che possono interferire sulle linee. Lavoreremo in sinergia per costruire insieme una proposta che sia operativa, anche grazie al prossimo decreto semplificazione».
«Questi incontri sono utili a fare squadra tra territorio e Enel, per le infrastrutture necessarie al Bellunese – aggiunge il deputato De Menech -. Importante sottolineare la collaborazione anche nell’ottica di tenere i presidi di controllo come Polpet. È interesse in primis di Enel e dell’intero territorio mantenere e consolidare il patrimonio di professionalità sviluppato in tanti anni di gestione di una rete complessa e impossibile da gestire da remoto»ù

 


 

Bellunopress 28-11-020
Centralizzazione delle concessioni idroelettriche. De Carlo: “Strategia contro il territorio che annulla ogni forma di rappresentanza”

“La proposta di centralizzazione delle concessioni idroelettriche avanzata dal Partito Democratico fa parte di una strategia contro il territorio che punta ad annullare ogni forma di rappresentanza e di autonomia”.
Il senatore e coordinatore veneto di Fratelli d’Italia Luca De Carlo si scaglia contro la riproposizione alla Camera dell’emendamento per portare tutta la gestione della partita idroelettrica a Roma, dopo il ritiro della stessa proposta al Senato.
“In un’ottica federalista e autonomista, mi sarei aspettato che le concessioni e soprattutto le risorse venissero assegnate alle province, e non centralizzate; ma d’altronde parliamo di quel Partito Democratico che con la legge Delrio ha voluto uccidere le province, spogliandole di risorse e rappresentanza territoriale. Vorrei sapere anche cosa ne pensano i sostenitori bellunesi del PD e di Enrico Borghi, che ha rilanciato la questione e che quando è venuto nella nostra provincia ha sempre trovato molti “supporter” ad accoglierlo”, spiega De Carlo. “Evidentemente, il federalismo è valido solo quando governano loro: oggi che la maggior parte delle regioni è governata dal centrodestra, così come lo sarebbe la nazione se tornassimo al voto, cercano di accentrare le risorse nel governo dove siedono.
Evidentemente non basta che in questo periodo di emergenza le opposizioni costantemente e responsabilmente autorizzino gli scostamenti di bilancio, come non basta tagliare fuori le regioni dal confronto sull’utilizzo dei fondi europei del Recovery Fund: vogliono centralizzare tutto, in un’ottica pesantemente anti-autonomista”.
“Questo è l’ennesimo tassello in questa strategia di annullamento della rappresentanza territoriale che vede il Partito Democratico in linea con gli alleati di governo del Movimento 5 Stelle, simbolo per eccellenza dell’anti-politica, del populismo, del centralismo e dell’assistenzialismo”, conclude De Carlo. “Fratelli d’Italia si opporrà in tutti i modi a questa ennesima umiliazione per i territori, soprattutto quelli montani come Belluno dove questa decisione avrà le ricadute più pesanti e che quotidianamente lotta contro lo sfruttamento delle sue risorse naturali”.


 

Bellunopress 21-11-2020
Centralizzazione delle concessioni idroelettriche. Bona: “Il governo punisce la montagna”

«Si è capito che questo governo ce l’ha con le regioni e con i territori periferici. Dopo il silenzio sull’autonomia, dopo i tentativi di riportare a Roma le competenze sulla sanità, ora spunta un emendamento alla Camera per chiedere la centralizzazione delle concessioni idroelettriche. È il chiaro segnale che si vuole punire i territori montani, dato che è soprattutto lì che viene sfruttato il suolo e l’acqua per la produzione energetica»: il movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti critica duramente la proposta che ostacolerebbe la regionalizzazione delle concessioni delle grandi derivazioni idroelettriche.
«Da sempre, chiediamo che le concessioni, una volta scadute, passino alla Provincia di Belluno: – ricorda il presidente Andrea Bona – ora, stando a quello che leggiamo dalla stampa, non solo si vuole prorogare quelle già scadute, ma si vuole centralizzare a Roma il tutto, triplicando anche il limite minimo della potenza. Tutto questo con la partecipazione di un partito che appena nel 2013 ha visto il suo premier Enrico Letta salire a Longarone per i 50 anni della tragedia del Vajont, simbolo anche dell’ipersfruttamento idroelettrico e del territorio al solo scopo di trarre profitto, e affermare la necessità di autonomia di questi territori.
D’altronde, è lo stesso partito del senatore Gianclaudio Bressa, che già ha provato la mossa della centralizzazione con un emendamento alla legge di bilancio, dichiarato inammissibile dalla Commissione Bilancio; un provvedimento che comunque non sarebbe andato a toccare la terra dove ha scelto di andare a prendere voti, il Sud Tirolo».
«In pratica, – continua Bona – si vuole depredare di ulteriori risorse la montagna; dicano chiaramente che i nostri cittadini devono continuare a vedere sfruttato e consumato il proprio territorio solo per il guadagno altrui, che i montanari non hanno diritti, ma solo doveri. Noi non ci stiamo, e lanciamo un appello a tutti i parlamentari affinché blocchino questo nuovo scempio.
Ci rivolgiamo però soprattutto ai bellunesi vicini al governo, il Ministro Federico D’Incà e il deputato Roger De Menech: non bastano i pochi soldi del Fondo per la montagna, o i Fondi dei Comuni Confinanti; serve dare ai bellunesi la possibilità di gestire le risorse che il territorio offre, prima fra queste l’acqua».

 


 

Bellunopress 23-12-020
Enel, fermare l’abbandono della montagna. De Menech: “Sollecita un confronto con l’amministratore delegato della società”

Fermare l’abbandono di Enel nel Bellunese. Sull’ipotesi di trasferimento a Nove (Treviso) del posto di telecontrollo, denunciata dai sindacati, il deputato Roger De Menech prende una posizione netta a difesa dei lavoratori e del territorio. «Non ha nessun senso la gestione delle reti elettriche fatta a distanza da persone che non conoscono e non vivono sul territorio. Questa è una delle province che da oltre un secolo produce l’elettricità per la pianura veneta e che ha consentito l’industrializzazione della laguna. Enel non può scaricare su di noi solo i costi ambientali senza lasciare le professionalità e le competenze per una gestione rapida ed efficace degli interventi in caso di problemi».
Già in questa legislatura De Menech aveva presentato un’interrogazione all’allora ministro Tria denunciando pericolose carenze di organico a causa delle quali sempre più spesso attività anche importanti, come ad esempio il controllo delle dighe, sono gestite al di fuori dell’azienda.
«Nei mesi scorsi, abbiamo incontrato oltre agli amministratori locali, i sindacati e i vertici regionali di Enel. Credo che dovremo sollecitare il governo a un confronto con l’amministratore delegato di Enel per porre la questione il vero nodo della questione: se Enel decide di abbandonare la montagna, deve essere pronta a perdere i ricavi derivanti dall’energia idroelettrica prodotta»

 


 

24-01-2017
Delrio: «Ora guardia alta sulle dighe»

ROMA Nessun pericolo imminente, ma le grandi dighe del Centro Italia restano sotto sorveglianza speciale. Il giorno dopo l’allarme lanciato dal presidente della Commissione Grandi rischi, Sergio Bertolucci, che domenica aveva evocato, per poi correggersi, un possibile «rischio Vajont» in caso di terremoti violenti, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio tira le somme con queste parole del vertice convocato in fretta e furia per fare il punto sui rischi. «I gestori hanno segnalato l’assenza di criticità rilevanti, ma sono stati invitati a tenere sempre alta la guardia vista la frequenza degli eventi sismici» ha detto il ministro, spiegando che l’attività di monitoraggio, in questa fase, sarà intensificata. «Le verifiche si fanno ogni due anni per legge, ma in caso di scosse saranno fatte con più frequenza». I controlli d’emergenza sono scattati dopo le scosse del 24 agosto, del 30 ottobre e del 18 gennaio, ha chiarito il ministero, ma gli enti gestori hanno escluso criticità; in particolare Enel per quanto riguarda Campotosto, il secondo bacino d’Europa, a cui aveva fatto riferimento due giorni fa Bertolucci: «Uno dei tre bacini si trova su una faglia che si è parzialmente riattivata e ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago, per dirla semplice – aveva concluso l’esperto – è l’effetto Vajont». «Questo esempio se lo poteva risparmiare, specie per Campotosto – commenta Delrio – Il presidente stesso si è corretto, questo allarme è rientrato da parte sua per primo». E mentre comuni come Leonessa, Campotosto e Montereale, allarmati, chiudono le scuole per precauzione, Delrio chiede a tutti i partecipanti all’incontro – il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, il vice presidente della Commissione Grandi rischi Gabriele Scarascia Mugnozza, i presidenti delle Regioni e i concessionari delle dighe, di «condividere le informazioni, con un aggiornamento puntuale con il territorio», per evitare il corto circuito nella comunicazione tra enti che potrebbe aver portato alla tragedia dell’hotel Rigopiano. «Abbiamo deciso di attivare un gruppo di lavoro per fare controlli ripetuti» sulle dighe del centro Italia, spiega al termine dell’incontro il governatore abruzzese Luciano D’Alfonso. Dall’unità di emergenza della Protezione civile (Dicomac) di Rieti, la responsabile Immacolata Postiglione ribadisce che Campotosto è sotto osservazione. «Già dopo il terremoto del 2009 è stata oggetto di valutazioni – spiega – esiste una procedura che dopo ogni sisma richiede controlli, ed è avvenuto ogni volta». Dopo l’allarme di lunedì, nonostante non si rilevi alcun danno l’Enel ha deciso «come misura cautelare estrema di procedere a una ulteriore progressiva riduzione del bacino», che ha il 40% del volume invaso. «In linea teorica – sottolinea Postiglione – se si dovesse svuotare velocemente questo comporterebbe effetti importanti (per non rompere l’equilibrio della faglia in tensione, ndr), ma questo è uno scenario di riferimento e non si tratta di un allarme immediato». Il presidente del Consorzio di Bonifica delle Marche, Claudio Netti, ha rassicurato: «Le dighe sono costantemente sotto controllo del Ministero e degli enti gestori: abbiamo un disciplinare da rispettare, non c’è nessuna struttura che venga monitorata così costantemente come una diga». (m.r.t.)

 


 

23-01-2017, 02 Belluno
Sisma e allarme dighe, Delrio convoca la Grandi Rischi

ROMA Ora si evoca “l’effetto Vajont” per la diga di Campotosto in Abruzzo, che si trova su una faglia sismica riattivata dalle recenti scosse. A parlare un esperto in materia, il presidente della Commissione Grandi Rischi, Sergio Bertolucci. Ma per l’Enel, che gestisce l’infrastruttura, la diga «è sicura». Il ministro Graziano Delrio tuttavia vuole vederci chiaro ed ha convocato per questa mattina una riunione sulle grandi dighe del Centro Italia. E nei territori si scatena il panico. Il sindaco di Leonessa (Rieti) ha disposto la chiusura «sine die» delle scuole, in seguito agli scenari ipotizzati dalla Commissione. La Grandi Rischi si è riunita due giorni fa, in seguito al terremoto del 18 gennaio e le valutazioni del gruppo di studiosi non sono per nulla rassicuranti. Non ci sono segnali, infatti che la sequenza iniziata ad agosto «sia in esaurimento». E anzi, si legge nella relazione, sono possibili nuove scosse fino a una magnitudo 7 in tre aree contigue alla faglia principale responsabile della sismicità in corso: verso Nord e verso Sud della faglia del Monte Vettore-Gorzano e sul sistema di faglie che collega le aree già colpite dagli eventi di L’Aquila del 2009 e di Colfiorito del 1997. Una situazione, ha spiegato ieri Bertolucci, «in evoluzione per cui sarebbe pericolosissimo abbassare la guardia, soprattutto per quanto riguarda scuole e ospedali». Quanto alle dighe, ha messo in guardia, «nella zona di Campotosto c’è il secondo bacino più grande d’Europa con tre dighe (Sella Pedicate, Rio Fucino e Poggio Cancelli), una delle quali su una faglia che si è parzialmente riattivata e ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago, per dirla semplice è “l’effetto Vajont”». Un richiamo che fa paura. La tragedia del 9 ottobre 1963 (1.917 vittime), infatti, fu causata da una frana precipitata nel bacino. Dunque, è l’invito dell’esperto, «se si avverte un aumento del rischio, bisogna immediatamente renderlo trasparente alle autorità e alla popolazione». Lo scienziato ha poi precisato che «non c’è un pericolo imminente di un “effetto Vajont” poichè da tempo la diga di Campotosto viene studiata dalla Protezione Civile in collaborazione con Enel e tutti gli organismi deputati». Quanto al rischio legato all’eventuale caduta di materiali nel lago in caso di terremoto, Bertolucci ha rilevato che «non si configura la possibilità di avere onde che possano superare i dieci metri». L’Enel è intervenuta con una nota per rassicurare aggiungendo che l’invaso è stato svuotato in via cautelativa e raggiunge ora il 40 per cento.

 


 

https://www.webdolomiti.net/piave-sfruttamento/ s.d.
Lo sfruttamento idrico del Piave
Pericoli per lo sfruttamento idrico del Piave

Nel ventesimo secolo un’utilizzazione spinta all’estremo, ha interamente sfruttato le disponibilità idriche del Piave per le idroesigenze derivate dall’energia idroelettrica e dall’industrializzazione dell’agricoltura della pianura.
E’ stato creato un reticolo idrografico artificiale alternativo a quello naturale, composto da condotte forzate e da canali che si sostituiscono alle tratte naturali del fiume. Quindi, prima dell’intervento dell’ Autorità di bacino per ottenere nel 2001 dall’ENEL un deflusso minimo vitale per salvare l’ambiente fluviale, tutta l’acqua, soprattutto dei periodi di magra, veniva convogliata in queste condotte e il reticolo idrografico del Piave rimaneva completamente all’asciutto.
Il Piave dunque ha subito un’antropizzazione spinta al massimo fin dall’ Alto Cadore per uso idroelettrico ed irriguo che sfrutta anche l’ultima goccia d’acqua entro condotte forzate.

Negli ultimi trent’anni questo dissennato sfruttamento ha ridotto di circa 1/3 la portata del Piave nella sua parte finale e di circa 90% quella dei torrenti di alta montagna, “modificando la dinamica delle esondazioni torrentizie” con conseguenze strutturali abnormi:
• il letto ghiaioso del fiume, modulato nei secoli dalle piene e dalle morbide, si è alzato mediamente di circa 3mt non avendo la corrente più la forza necessaria per portare detriti e sabbia a valle, di conseguenza gli arenili a nord della laguna di Venezia sono stati mangiati dall’erosione marina;
• nelle piane ghiaiose del greto sono cresciuti interi boschi che costituiscono ostacolo al defluire dell’acqua di piena;
• l’acqua è compromessa da scarichi biologici ed industriali;
• le falde e le risorgive si sono inabissate e ridotte al punto di creare gravi problemi d’approvvigionamento idrico in tutta pedemontana.

Forma di inquinamento attraverso lo sfangamento del laghi lungo il Piave:
Per  ripulire 20.000 metri cubi  di fango accumulatosi nel fondo del lago di Valle di Cadore, l’ENEL che secondo il progetto iniziale avrebbe dovuto lasciar essiccare il fango e quindi portalo via con i camion, per contenere i costi di gestione,  lo estrae  dal fondo del lago con una pompa e lo miscela  all’acqua pulita al di sotto del bacino, così il torrente Boite diventa marrone. L’acqua melmosa  si convoglia sul Piave, porta asfissia al pesce e il fango depositatosi sul fondo del fiume uccide i microorganismi vitali per la sopravvivenza della fauna ittica. In questo modo, dopo la crisi dell’industria dell’occhiale, il Cadore viene danneggiato  anche nel settore del turismo legato alla pesca di fiume.