La lunga disputa sulle sorgenti del Piave

Dal Corriere delle Alpi dell’1 ottobre 2017

I comelicensi insistono: il fiume parte dalla Val Visdende

La lunga disputa sulle sorgenti del Piave

di Walter Musizza
COMELICO La querelle si è accesa, o meglio riaccesa, in questi ultimi giorni. Il distacco di Sappada dal Veneto, ora più vicino e probabile, suscita diverse preoccupazioni in chi resta, di carattere sia economico che culturale.

Fra i tanti “dispiaceri” prospettati anche uno di valenza per così dire “sentimentale”: la nostra regione verrebbe a perdere le sorgenti del Piave e il fiume sacro diventerebbe quindi un po’ meno nostro. Forse qualcuno sorriderà di siffatti timori, a fronte delle problematiche ben più gravi che attanagliano la nostra società ed il nostro tempo, e che poi sono alla base della stessa decisione dei sappadini di scegliere il Friuli come nuova e più comoda casa.

Eppure, guardando al passato, scopriamo come la questione delle vere sorgenti del Piave sia stata a lungo dibattuta, con interesse e passione, da storici e geografi di varia estrazione e spesso di riconosciuta fama. L’opinione più scontata, e generalmente accettata, vuole che il Piave abbia la sua origine da un rivo proveniente dalle falde meridionali del Peralba, ma i comelicesi non demordono: per loro l’asta iniziale del fiume è costituita dal rivo formato dall’unione di due corsi d’acqua scendenti dalla catena montuosa compresa tra il Passo Palombino e il Passo dell’Oregone. Tale corso d’acqua si forma in effetti nella Val Visdende, dalla quale esce attraverso la forra del “Cianà” o di “Cima Grande”: il suo antico nome è quello di Silvella (dal dialettale “La Salvela”), ma è più comunemente noto come Cordevole di Visdende, per distinguerlo dal Cordevole di Agordo, il maggior affluente del Piave.

Il ramo scendente dal Peralba e il Silvella si uniscono presso la località “Argentiera”: da qui in poi per il nome del fiume dunque non sussistono dispute. Il grande geografo Giovanni Marinelli, investito della questione sulle origini del corso d’acqua, pensò in cuor suo di aver risolto il problema scientificamente e salomonicamente: egli infatti chiamò “Piave di Sesis” il ramo che scende dal Peralba e “Piave di Visdende” quello che scende dalla valle omonima.

Ma il suo autorevole giudizio non accontentò le due fazioni in lotta, che poi sarebbero comeliani e sappadini, cosicché la diatriba conobbe ulteriori distinguo. L’ingegner Luigi Vollo osservava, circa 70 anni fa, che i bacini tributari del Piave di Sesis e di quello di Visdende avevano rispettivamente superfici di 63 e 71,5 kmq, e che le lunghezze reali delle aste dei due corsi, dalla sorgente alla confluenza, erano di 15 e di 11 km.

Nessuna apprezzabile diversità di comportamento idrologico tra i due corsi d’acqua dal regime spiccatamente torrentizio, con contributi idrici unitari pressoché uguali. Sempre il Vollo però, sulla base della considerazione che la valle di Sappada è, dal punto di vista geomorfologico, più antica di quella di Visdende, arrivò ad attribuire comunque il ruolo di fiume principale al ramo che nasce dal Peralba. E alla stessa conclusione arrivarono Arrigo Lorenzi nel 1936 e Piergiorgio Cesco-Frare nel 1997.

Disputa chiusa dunque? Qualche mugugno perplesso si coglieva ancora qualche anno fa tra i vecchi casari e pastori di Pramarino e dintorni, e chissà che le loro ragioni oggi non tornino d’attualità. Magari rispolverando le sicurezze di un funzionario che tempo fa scrisse sulla sua carta da visita “Commissario di S. Pietro ove nasce il sacro fiume Piave”.