Ing. D’Alpaos: “Piave sfruttato oltre ogni limite ragionevole”

Dal Corriere delle Alpi del 10 maggio 2017

«No agli invasi, il fiume deve vivere»

La formula di D’Alpaos, esperto di idraulica: nessun ostracismo ma regole chiare per tutelare la portata del Piave. L’attenzione ora è sulle centraline ma il Vajont è stata la vergogna d’Italia Per celebrarne le vittime restituiamo il maltolto

BELLUNO Il Piave è sfruttato «oltre ogni limite ragionevole». Non usa mezzi termini il professor Luigi D’Alpaos, 73 anni, una vita passata in cattedra per insegnare agli studenti dell’Università di Padova i segreti dell’idraulica e dell’idrodinamica. Una conoscenza messa a disposizione anche di Ministeri, Regioni, Province, Comuni ed enti di ogni livello per aiutare a conoscere e capire i nostri corsi d’acqua. L’ingegner D’Alpaos, originario di Pieve d’Alpago e padovano d’adozione, guarda agli aspetti tecnici dello sfruttamento idroelettrico. La regola è una: «il fiume deve vivere».

È ripreso l’iter per ottenere tre nuove derivazioni idriche lungo l’asta del Piave a Limana, Belluno e Ponte nelle Alpi. E in tutta la provincia di Belluno abbondano le domande di concessione. La misura è colma? «L’invaso del Vajont avrebbe consentito la fornitura di 13 metri cubi al secondo e su queste stime vennero rilasciate concessioni prima che il serbatoio entrasse in funzione. In un paese normale si sarebbe dovuti tornare indietro ma così non è stato. Le acque del Piave sono sfruttate al di là di ogni limite ragionevole ma le nuove iniziative non hanno nulla a che fare con le grandi utilizzazioni.

Non bisogna prestarsi all’ostracismo più assoluto ma definire una regola di carattere generale: a mio avviso gli impianti sono ammissibili se prendono l’acqua, la utilizzano e la restituiscono, cioè se sono ad acqua fluente e non comportano grandi accumuli. Non dovrebbero essere ammessi impianti, anche piccoli, in cui l’acqua viene presa e portata lontano. Faccio un esempio: se c’è un salto importante localmente non ha senso portare lontano l’acqua, se invece il salto che si vuole sfruttare è piccolo per utilizzare l’impianto è necessario sbarrare il corso d’acqua. Questo non è ammissibile perché aggrava la situazione del regime normale delle portate del Piave e dei suoi affluenti. Queste sono considerazioni di carattere tecnico.

Non sono un esperto in campo paesaggistico e non mi addentro in questi aspetti, che comunque devono essere considerati». Il Piave come lo vediamo ora è molto diverso da quello che un tempo veniva sfruttato dagli zattieri come via di trasporto verso la pianura. «C’è un grande equivoco quando parliamo dei nostri fiumi, ed è il concetto di minimo deflusso vitale. È un concetto assurdo perché è pensato per garantire un minimo di vita biologica pensando alla trota che parte da San Donà e arriva a Belluno. E invece la quota minima dovrebbe garantire la vita del fiume, che deve essere libero di modificare il suo corso, se vuole. Il nostro grande fiume è ingessato e solo raramente, durante le piene, riesce ad avere la vera mobilità che un tempo era la caratteristica del Piave. Basti pensare alla vegetazione che si sviluppa in alveo: non si tratta di una rinaturalizzazione del corso d’acqua, come pensa qualcuno. Nelle foto scattate prima della Grande Guerra si vede pochissima vegetazione».

Quali saranno le conseguenze di questa situazione? «Che il nostro fiume diventerà un ex fiume. Questo, in una società civile, andrebbe considerato, non si può lasciare la situazione così com’è». Meglio privilegiare pochi grandi impianti o dare spazio a molte piccole centraline? «La questione non si gioca sul numero di impianti. La condizione fondamentale è che al fiume sia garantita la portata adeguata per vivere. Ora l’attenzione è sulle centraline ma il Vajont è stata la vergogna d’Italia e del Veneto. Il modo migliore per celebrare le sue vittime era restituire al Piave il maltolto». In questo momento storico stiamo assistendo ad una vera e propria corsa all’oro blu, con molte imprese che provengono da fuori provincia. «Gli speculatori esistono da sempre, è una continuazione di quello che è successo in passato». Quindi si tratta di un problema politico? «La politica deve pensare al bene comune, spesso invocato e mai perseguito».

La filiera per ottenere la concessione è lunga e comprende Regione, Provincia e Comune. A che livello intervenire? «La competenza è oggi passata alla Regione che deve prendere l’iniziativa, non è possibile che le grandi utilizzazioni vengano riconcesse senza prenderle per mano e ridiscuterle. Ma anche nel caso dei piccoli impianti penso che non siano tutti ammissibili e che sia necessario giudicare caso per caso. Acqua ne abbiamo tanta ma fino ad ora abbiamo agito nel peggior modo possibile. Non penso che sia necessario dire no in assoluto ma ad un certo punto bisogna accontentarsi».

Valentina Voi

pagina gazz. 09-05-017