Il Piave, da organismo vivo a sistema artificiale

Dal Corriere delle Alpi del 05 marzo 2021

Lo storico Giacomo Bonan ripercorre nel suo nuovo libro le tappe della metamorfosi del corso d’acqua, dall’avvento dell’industrializzazione a oggi

Il Piave, da organismo vivo a sistema artificiale
Ora il fiume caro alla patria non mormora più

Toni Sirena

Di com’era un tempo il Piave, fiume vivo, spesso irruente e rovinoso ma ricco di acqua, fauna, ora e diversità ambientali, si è persa la memoria col succedersi delle generazioni. La radicale trasformazione è avvenuta in meno di un secolo. Con l’avvento della società industriale è stato industrializzato anche il fiume.

A ricostruire le tappe di questa metamorfosi da organismo vivo a sistema artificiale è l’ultimo libro di Giacomo Bonan, “Le acque agitate della patria” (ed. Viella). Bonan è uno storico ambientale, si occupa cioè di quella branca della moderna storiografia che ha per oggetto l’interazione fra l’uomo e l’ambiente, e in particolare gli impatti dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione. Collabora come ricercatore con diverse università, tra le quali la Goethe-Universität Frankfurt, l’Università della Svizzera Italiana, l’Università di Bologna, il KTH Royal Institute of Technology. La ricerca di Bonan si sviluppa fra due date periodizzanti, gli anni di due distruttive alluvioni, il 1882 e il 1966. La prima avvenne quando l’era dell’elettricità era appena agli albori, la seconda quando ormai tutte le grandi dighe erano state costruite. Ma se si prescinde dall’epoca pionieristica dell’ultimo Ottocento, si può dire che la grande trasformazione del fiume inizia nei primi due decenni del Novecento e si conclude nel 1963 con il disastro del Vajont. In un arco di tempo straordinariamente breve si avvia e si conclude la diversione del Piave dal suo corso naturale (con la grande derivazione da Soverzene che spezza il fiume in due), la creazione dei grandi bacini artificiali, il convogliamento dell’acqua dentro centinaia di chilometri di tubazioni e condotte, il venir meno del trasporto solido (ma non delle grandi piene), la riduzione degli alvei a distese di ghiaia e boscaglia, le concessioni irrigue che addirittura consentono un prelievo superiore alla stessa acqua disponibile. È così che il Piave è diventato un caso emblematico: uno dei fiumi più artificializzati d’Europa.

Bonan, in questa sua ben documentata ricerca, non si limita naturalmente allo sfruttamento idroelettrico, ma affronta gli altri due grandi temi: la bonifica integrale, nella parte finale del Piave, e l’irrigazione intensiva in quella mediana. Rimarca una sostanziale continuità attraverso guerre, governi, regimi, burocrazie statali. Il gigantismo idroelettrico, ma non solo quello, ha radici ben piantate nell’ideologia dello sfruttamento illimitato delle risorse naturali, teso, nelle intenzioni di modernizzazione, a produrre sviluppo a fini collettivi e sociali. Uno sfruttamento totale che non è proprio soltanto del capitalismo.

È una cultura all’epoca condivisa, che accomuna tecnici e politici, ingegneri pubblici e privati, amministratori e luminari, controllati e controllori in una confusione – spesso un’abdicazione – dei ruoli. Sono, nel concreto, i due maggiori interessi in gioco a determinare lo sfruttamento integrale del Piave: quello dei produttori di energia (le società monopolistiche elettrocommerciali) e quello dei grandi consorzi di irrigazione: interessi forti, fra loro in forte contrasto ma uniti per l’uso “razionale” (cioè totale) del fiume, entrambi esterni alla montagna, vaso di coccio tra due vasi di ferro, destinata a soccombere in questa guerra fra giganti. Senza più le terre dei fondovalle, le poche fertili, con i paesi sommersi dai bacini artificiali, le comunità sinistrate, le vite spesso sacrificate, l’economia tradizionale travolta, gli abitanti furono costretti quasi sempre ad emigrare anche negli anni del “boom economico” che interessò altri territori. La ricchezza prodotta prese ben altre strade. La montagna pagò un prezzo altissimo e gli indennizzi (oggi li chiameremmo magari “ristori”) furono scarsi e miseri.

L’ultima parte del libro apre una finestra problematica sull’oggi, dunque ben oltre il 1966, documentando i cambiamenti sopraggiunti negli ultimi cinquant’anni, per quanto riguarda sia la contesa fra irrigatori e idroelettrici, sia l’introduzione – soprattutto grazie alla legislazione europea – di alcuni limiti come il deflusso minimo vitale, in ne il proliferare del micro-idroelettrico che contribuisce per una in ma frazione alla produzione elettrica nazionale e che si sostiene economicamente solo grazie agli incentivi statali provocando gli ultimi danni ai torrenti del bacino del Piave. Un ume che, come si è spesso scritto, «non mormora più». –