L’idroelettrico in Italia

L’idroelettrico in Italia
di Lucia Ruffato*

I fiumi italiani non godono di buona salute: oltre il 50% non raggiunge il livello qualitativo minimo imposto dall’Europa e meno del 5% conserva condizioni di elevata naturalità.
Nella prima metà del secolo scorso la maggior parte dei corsi d’acqua italiani è stata sfruttata per la produzione di energia idroelettrica, con la realizzazione di dighe e di grandi centrali: i 300 grandi impianti allora costruiti coprono ancor oggi l’85% della produzione idroelettrica nazionale.
A partire dal 2008, grazie agli incentivi governativi alle rinnovabili che remunerano il KWh prodotto dai nuovi impianti tre volte il prezzo di mercato per vent’anni, è ripreso lo sfruttamento dei corsi d’acqua residui – quelli che senza l’incentivo non sarebbe conveniente derivare – con la presentazione di migliaia di richieste per impianti di dimensioni più piccole, essendo ormai sfruttati i siti più produttivi.
Dal 2009 sono stati autorizzati e costruiti circa 2000 impianti, per un contributo energetico dello 0,2% sul totale dei consumi energetici nazionali, e al 2014 altrettanti impianti erano in istruttoria. Se realizzati, i 2000 nuovi impianti darebbero un contributo energetico analogo (cioè dello 0.2%) a fronte di altri 3000 km di corsi d’acqua intubati in condotte forzate, di sbancamenti, di artificializzazioni riparie, di cementificazione.

Riassumendo: circa 4000 nuovi impianti corrispondenti a 6000 km di corsi d’acqua intubati per un apporto energetico di mezzo punto percentuale rispetto ai nostri consumi energetici totali.

Risulta evidente che gli incentivi hanno innescato un fenomeno essenzialmente speculativo con conseguenze tanto devastanti per i fiumi quanto poco significative per apporto energetico. Ma mentre i profitti vengono incamerati dagli investitori – di solito imprese private – l’onere dell’operazione è tutta a carico di cittadini e imprese, che, con la bolletta della luce, stanno pagando (voce oneri di sistema) incentivi per oltre un miliardo di euro l’anno.
Non esiste un elenco ufficiale delle domande in istruttoria: l’ultimo dato nazionale sul numero dei progetti e sulle autorizzazioni per Regione risale al 2014. Sui 2000 progetti allora depositati, oggi le Associazioni dei produttori idroelettrici ne definiscono “cantierabili”, cioè in possesso di autorizzazione o concessione in attesa di ottenere l’incentivo per far partire i lavori, almeno 500.

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FOCUS: IL caso del Trentino

Per comprendere quale sia la forza delle pressioni speculative, prendiamo ad esempio la Provincia autonoma di Trento, che il sentire comune considera tra le più attente sul tema. Nel 2017, l’allora Assessore all’ambiente ha fornito i seguenti dati sul potenziale idroelettrico dei torrenti trentini, partendo da un’affermazione introduttiva secca “spazio non ce ne è più! Oltre alle grandi, ha affermato, in Trentino ci sono già 450 piccole derivazioni. Dal 2000, anno di introduzione delle agevolazioni ex CIP 6, sono state rilasciate 200 nuove concessioni, di cui solo 70 per usi multipli o su acquedotti. Nonostante si sia ormai arrivati alla saturazione, è difficile dire di no perché ci sono studi professionali specializzati che lavorano solo sull’idroelettrico e impongono pressioni non facilmente superabili. Al 2017 le domande depositate per nuovi impianti erano 130: in quella sede l’Assessore aveva dichiarato che i Servizi erano orientati a respingere il 95 % delle domande. Il cambio amministrativo del 2018 ha poi allentato queste rigidità nella gestione delle richieste.

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Le Autorità italiane sono ben consapevoli di questo ipersfruttamento e della scarsa rilevanza del minidroelettrico nel bilancio energetico complessivo nazionale, lo dimostra il fatto che nelle Strategie Energetiche Nazionali da molti anni viene posto l’accento solo sul mantenimento della produzione dei grandi impianti (dighe) e, ultimamente, sull’accumulo idroelettrico (pompaggi), mentre non si menziona l’intenzione di sviluppare ulteriormente i piccoli impianti.

Ciononostante, l’Italia è il paese europeo che ha dato e continua a dare al nuovo idroelettrico l’incentivo più alto in Europa sia come tariffa, sia come importo complessivo sia come percentuale sull’importo totale destinato alle energie rinnovabili.

L’Europa mostra di essere a conoscenza della situazione italiana, come si può rilevare dalla lettera di messa in mora inviata dalla Commissione Europea alle Autorità italiane nel settembre 2019, dove si legge: “In Europa l’Italia è tra i primi tre produttori di energia idroelettrica, insieme a Francia e Spagna, con una capacità installata attuale di circa 18092 MW. Il potenziale delle risorse idroelettriche in Italia è utilizzato al 95% circa ed è stato raggiunto il limite massimo di sfruttamento possibile.”

https://www.camera.it/temiap/2019/09/17/OCD177-4133.pdf

La crisi ambientale che è sotto gli occhi di tutti impone di riqualificare il reticolo fluviale dal quale dipendono servizi ecosistemici essenziali: non deteriorarlo ulteriormente costituisce la prima e più efficace azione di riqualificazione, a costo zero e dai risultati immediati.
Le associazioni che si riconoscono nel Coordinamento Nazionale Tutela Fiumi – Free Rivers Italia sostengono con forza che il limite della sostenibilità è stato ampiamente superato e che la smodata diffusione degli impianti idroelettrici crea più problemi che vantaggi, ed è causa di danni ecosistemici importanti.
Assieme a decine di altre associazioni nazionali, regionali e locali, Free Rivers si batte da anni per ottenere dal Governo che non vengano più autorizzati impianti idroelettrici sui corsi d’acqua naturali, ponendo fine alla loro incentivazione ed investendo invece in efficienza e risparmio, con un maggiore ritorno energetico, ambientale ed economico per la collettività.
Va rimarcato che se negli ultimi dieci anni un certo numero di torrenti è stato salvato dallo sfruttamento, questo è stato merito quasi esclusivamente dei tanti cittadini che, consci che non tutto quello che è rinnovabile è anche sostenibile, hanno investito tempo, energia e risorse proprie, senza lasciarsi scoraggiare, nella difesa dei beni comuni, sostituendosi di fatto all’autorità pubblica in un compito istituzionale (vedi art. 9 della Costituzione).
L’attenzione di questi cittadini si manterrà alta di fronte alle nuove aggressioni, ma il destino dei corsi d’acqua dipenderà, in ultima analisi, dalle scelte più o meno responsabili e più o meno lungimiranti dei decisori politici.

* Lucia Ruffato vive e lavora nel bellunese. È impegnata da oltre dieci anni sul fronte della difesa dei fiumi dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico. Dal 2016 è presidente del Coordinamento Nazionale Tutela Fiumi – Free Rivers Italia, che ha lo scopo di mettere in rete i comitati e le associazioni che si battono per la tutela dei corsi d’acqua sul territorio italiano.

 

Contributo pubblicato in:
AVERE CURA DELLA MONTAGNA, l’Ambientalismo del sì e le sue proposte
L’Italia si salva dalla cima, di Luigi Casanova, Altra Economia soc. coop., settembre 2020