Confindustria Belluno spinge per l’idroelettrico

Confindustria Belluno Dolomiti spinge per l’idroelettrico ed invita la Regione a velocizzare le procedure.

Cappellaro: “Negli ultimi tre anni sono state presentate domande di derivazione per 130 megawatt pari a 230 milioni di investimenti”

Gian Domenico Cappellaro presidente Confindustria Belluno Dolomiti
“Lo sviluppo delle fonti rinnovabili costituisce uno dei tanti casi emblematici che evidenziano come sia difficile promuovere la crescita dell’economia e la competitività nel nostro Paese”. Lo dice Gian Domenico Cappellaro presidente di Confindustria Belluno Dolomiti. Che fornisce alcuni dati di riferimento.
“Il costo dell’energia in Italia (per i cittadini e per le imprese) è superiore del 30% rispetto alla media europea. Il rifiuto dello sviluppo del nucleare, le difficoltà amministrative e burocratiche che spesso impediscono la realizzazione di investimenti si traducono per le nostre imprese in costi di gran lunga superiori ai concorrenti europei. I dati del Veneto confermano pienamente quanto affermato: siamo una delle Regioni con il maggior deficit energetico, visto che circa il 56% del nostro fabbisogno energetico deriva da fonti al di fuori della nostra regione. Eppure la realizzazione della Centrale di Porto Tolle, investimento programmato da lunghi anni, che avrebbe di fatto colmato il nostro gap energetico, è ancor oggi sospeso in attesa delle decisioni, non ancora definitive, dei vari gradi della magistratura e del Consiglio di Stato.
Ma, come dicono molti nostri concittadini, dobbiamo produrre energia pulita!
Ed allora – prosegue Cappellaro – guardiamo i dati sulle rinnovabili: in base al protocollo di Kyoto, a cui ha aderito l’Unione Europea, entro il 2020 il 17% dell’energia prodotta in Italia dovrà derivare da fonti rinnovabili; la stima per il 2012 vede questo dato inferiore all’8% !
Nel 2012 in Veneto solo il 5,6% di energia viene prodotta da fonti rinnovabili: siamo quindi ben lontani dall’obiettivo stabilito dal burden sarin, il riparto della produzione tra le regioni italiane, che richiede al Veneto il raggiungimento del 10,3 % entro il 2020.
Qualora il Veneto e l’Italia non raggiungessero la percentuale stabilita dall’Unione Europea, i costi dell’energia lieviterebbero ulteriormente, a causa delle sanzioni a cui verrebbe sottoposto il nostro Paese,con conseguente perdita di competitività delle aziende manifatturiere.
E’ bene comprendere che oltre al tema trasversale del costo dell’energia, qui sono in gioco anche migliaia di posti di lavoro per la realizzazione di questi investimenti.
Di fronte a questo quadro ed a questi obiettivi ancora lontani, ci si aspetterebbe una pianificazione molto chiara e precisa, una presa di coscienza su quale sia l’interesse pubblico da perseguire, una generale condivisione di azioni e attività. Ed invece niente di tutto questo accade; come spesso avviene, è molto più chiaro ciò che non si può o non si riesce a fare di ciò che si dovrà fare.
Tornando al nostro Veneto e allo sviluppo delle rinnovabili, gli indirizzi da adottare sono di fatto pressoché “obbligati”.
Non possiamo puntare sull’eolico, vista la conformazione del nostro territorio e la mancanza del vento adatto; il fotovoltaico è stato reso di fatto molto poco “praticabile”, sia a causa delle progressive restrizioni nazionali, applicate nei ben 4 Conti Energia sin qui adottati, sia per una chiara politica regionale che anche recentemente ha posto molteplici e progressivi vincoli su aree e modalità realizzative; ci resterebbero quindi le energie prodotte da biomasse e biogas e soprattutto l’idroelettrico.
Però le prime, oltre ai soliti interminabili iter burocratici, sono oggetto di continui ricorsi ai tribunali amministrativi da parte di cittadini che non gradiscono la presenza di queste centrali.
Resta l’idroelettrico che potrebbe essere la miglior soluzione, essendo una energia “pulita” che non comporta alcuna emissione in atmosfera.
Ma anche in questo caso le evidenze sono impietose: nell’ambito di questa fonte energetica, solo nell’ultimo triennnio sono state presentate domande di derivazione idroelettrica per una potenza complessiva di 130 mw corrispondenti a investimenti di oltre 230 milioni di euro, senza contare le domande giacenti che fanno riferimento a istanze di molti anni fa.
Naturalmente l’eventuale realizzazione di tali impianti comporterebbe per la provincia di Belluno e per le aziende venete una ricaduta di lavoro molto positiva ed indispensabile in questo momento di crisi specialmente per il settore edile e metalmeccanico.
Le motivazioni di questi ritardi sono molteplici e a ben guardare sono sempre gli stessi: il processo autorizzativo è troppo articolato, con l’intervento di un numero eccessivo di enti e soggetti, le procedure sono spesso molto complesse e richiedono tempi incerti e comunque lunghi; quando anche tutto l’iter venga concluso, le decisioni possono essere messe in discussione anche da singoli cittadini e poi la pratica autorizzativa passa alla magistratura!
La conclusione di queste riflessioni è sin troppo chiara – afferma il presidente di Confindustria Belluno Dolomiti – Non abbiamo solo bisogno di pianificazione, procedure semplici e tempi certi e rapidi, ma abbiamo ancor prima bisogno che si sviluppi la consapevolezza collettiva che l’interesse pubblico, soprattutto in questo mondo nuovo – deve prevalere sull’interesse particolare. Diversamente, i gap competitivi che già penalizzano fortemente il nostro Paese saranno destinati ad ampliarsi. Deve essere chiaro che la partita che stiamo giocando riguarda la sopravvivenza delle nostre imprese e più in generale l’attrattività del nostro territorio. E’ in gioco il nostro futuro.
L’auspicio degli operatori è che anche la Regione Veneto possa dare il proprio contributo in questo percorso, con azioni di trasparenza e chiarezza per uno snellimento di tutti gli iter.