Centrali e centraline – selezione articoli 2008

Corriere delle Alpi 22.03.2008

La denuncia dei pescasportivi: ogni rigagnolo viene sfruttato
«Centraline, torrenti a secco»
I presidenti dei bacini di pesca sottolineano il danno ambientale non solo quello alla loro attività

BELLUNO. Prelievi idrici? Minimo deflusso vitale da rispettare? L’Enel potrà rappresentare un problema sui livelli dei grossi bacini ma a preoccupare oggi sono le centraline più piccole: «Ci sono torrenti secchi ovunque e alcuni hanno anche due o tre opere di presa da sopportare». La denuncia viene dai pescasportivi: sono loro a lanciare l’allarme per la salvaguardia ambientale. Non è questione di pesci, sottolineano: «Qui ne va dell’ambiente circostante al corso d’acqua, che non vive più». La sentenza al processo Enel, con i sei dirigenti di unità operative condannati a un anno di reclusione e a risarcire un milione di euro per danni ambientali, è una pietra miliare in Italia: prima di tutto perchè fissa il principio per cui il minimo deflusso vitale esiste e che va rispettato. Un riconoscimento di carattere giuridico. Il minimo deflusso vitale comunque è sempre a rischio, specie oggi che la privatizzazione dell’energia ha consentito la nascita di molte centraline lungo i corsi d’acqua.
Aprì l’inchiesta su Enel. De Nicolò: «Impianti controllati»
Quella moria di pesci nel Parco

BELLUNO. Un’inchiesta del Corpo forestale dal 2000 al 2004 ha «scoperchiato» quel che in fondo era a cielo aperto: cioè il mancato rispetto dei minimi in alveo in almeno una cinquantina di torrenti. Soddisfazione fra i ranghi del Cfs bellunese che mantiene sempre alta l’attenzione sul problema e tiene costanti i controlli sul territorio: «Ora stanno più attenti» spiegano. I Forestali, nel monitoraggio continuo, hanno in agenda anche le centraline private e dei Comuni: «Hanno disciplinari molto precisi» spiega il comandante provinciale del Cfs De Nicolò «e vengono controllate. Mentre i disciplinari con l’Enel sono antichi, quelli nuovi danno molta importanza al rispetto del minimo deflusso vitale e le associazioni di pesca sono state coinvolte nello studio. Il minimo deflusso è poi concordato con la Provincia. A noi comunque finora non sono arrivate segnalazioni di mancati rispetti da verificare».  L’indagine dei forestali, oggetto del processo all’Enel, aveva preso avvio già nella primavera del 2000, in seguito ad una notizia di reato accertata dal personale del Comando stazione di Candaten di Sedico, all’interno del Parco. Si scoprì la chiusura completa della paratoia sul Cordevole e la contestuale moria di pesci, con il corso d’acqua in secca a valle. I forestali di Candaten avevano accertato che la chiusura delle paratoia era stata effettuata dall’Enel, che aveva la concessione di parte dell’acqua, ma che avrebbe dovuto rispettare il rilascio del minimo deflusso vitale previsto per quella presa.  Successivamente, vista la complessità delle normative relative al minimo deflusso vitale e alla redazione del piano del bacino del Piave, la procura di Belluno aveva incaricato Paola Favero, coordinatrice del Coordinamento Cfs distrettuale di Agordo, di svolgere alcuni approfondimenti ed ulteriori indagini, nel corso delle quali, con il coinvolgimento di tutto il personale forestale delle provincia, si rilevò che il caso Cordevole non era un fatto singolo ed isolato. Su molti altri affluenti del Piave il prelievo d’acqua avveniva senza il rilascio del minimo deflusso vitale, addirittura mettendo in secca i piccoli torrenti.  Le indagini hanno coinvolto anche Arpav e Genio civile, là dove servivano tecniche e strumenti di misura più specifici, e si sono concluse nel 2004 con la conferma del mancato rispetto del minimo deflusso vitale e l’ipotesi quindi di danneggiamento ambientale a carico dell’Enel. Nel corso del procedimento penale (durato 4 anni) i danni calcolati dai periti hanno dovuto limitarsi ai litri di acqua sottratta valutati in kilowatt-ore, ma non è stato possibile in alcun modo calcolare il danno ambientale a carico delle biocenosi e degli ecosistemi acquatici che erano stati privati dell’acqua.  Resta la pena inflitta dal giudice che ha riconosciuto fondate le accuse della procura bellunese che ha coordinato le indagini dei forestali. Sentenza di condanna a un anno e al pagamento di un milione di euro di provvisionale, contro la quale hanno già annunciato ricorso in appello le difese dei sei imputati.
Il Piova a Vigo «soffre», ma anche il Cicogna non arriva più al Piave
«Ora il problema sono le centraline»
Il giorno dopo la sentenza di condanna dei sei dirigenti si discute sullo stato dei corsi d’acqua

BELLUNO. Prelievi idrici? Minimo deflusso vitale da rispettare? L’Enel potrà rappresentare un problema sui livelli dei grossi bacini ma a preoccupare oggi sono le centraline più piccole: «Ci sono torrenti secchi ovunque e alcuni hanno anche due o tre opere di presa da sopportare». La denuncia viene dai pescasportivi: sono loro a lanciare l’allarme per la salvaguardia ambientale. Non è questione di pesci, sottolineano: «Qui ne va dell’ambiente circostante al corso d’acqua, che non vive più».  La sentenza al processo Enel, con i sei dirigenti di unità operative condannati a un anno di reclusione e a risarcire un milione di euro per danni ambientali, è una pietra miliare in Italia: prima di tutto perchè fissa il principio per cui il minimo deflusso vitale esiste e che va rispettato. Un riconoscimento di carattere giuridico.  Il minimo deflusso vitale comunque è sempre a rischio, specie oggi che la privatizzazione dell’energia ha consentito la nascita di molte centraline lungo i corsi d’acqua. Ovviamente anche in provincia è così: per i Comuni è una manna perchè l’energia prodotta consente di incassare i proventi della sua vendita, ma, secondo i pescatori, i danni ambientali cominciano a farsi sentire.  Si lamentano dal Cordevole all’Ardo: centraline e scarichi. «In Agordino continuano a fare centraline soprattutto private» attacca Enrico D’Isep, presidente del bacino di pesca. «L’Enel si è abbastanza fermata, ora sono i privati che con una piccola centralina creano una rendita per loro e gli eredi. Tutti gli affluenti del Cordevole sono utilizzati: se ne salvano uno o due ma sicuramente presto i prelievi arriveranno anche lì: sicuramente sarà difficile mantenere il minimo deflusso vitale. Un esempio? Il Rova: spesso resta asciutto; la Corpassa ha acqua solo quando piove. E per noi più che una questione pesca, è il fattore ambientale che ci interessa: non c’è vita, l’ambiente acquatico viene rovinato».  Rilievi che in alcuni casi vengono denunciati: «Chiamiamo le guardie provinciali e per quel che posssono fare intervengono sempre: chiedono modifiche sui prelievi a chi gestisce gli impianti».  Giuseppe Giacobbi, presidente del bacino del Centro Cadore non dice cose diverse: «Tutti i Comuni si sono inventati di costruire centraline e stanno distruggendo i torrenti che si erano salvati. Capiamo che debbono rimpolpare le casse, ma il problema è che si fanno le centraline in modo vergognoso, di vecchia concezione e con zero rispetto per l’ambiente: captano tutta l’acqua, se ne scarica pochissima in alveo e si pretende che il torrente abbia la sua vitalità, perchè lo vedano i turisti. La chiamano energia pulita? Io dico che lo è fino a un certo punto. E l’ambiente? Si potrebbe investire su centraline più evolute, altrimenti con quel che vediamo è una tristezza e basta: continuano a costruirne senza vedere se il corso d’acqua può riprendere consistenza o no». Anche qui ci sono esempi: il Piova a Vigo dove c’è già una centralina e ne sono in programma altre tre; poi a rischio i torrenti Molinà e Vedesana mentre su Talagona e Cridola ci sono altri studi per installarle. In Centro Cadore ci sono prese dappertutto: «Restano due torrenti liberi ma probabilmente non hanno molta acqua. Come pescatori siamo preoccupati perchè finora solamente il comune di Domegge ci ha ascoltato e prima di intervenire ha consultato il biologo della Provincia» continua Giacobbi. «Purtroppo non tutti fanno così. Noi, gli avanotti, non possiamo portarli in piazza come si fa con gli uccelli, per protestare: ma ci facciamo il “mazzo” per tutelare fauna ittica e ambiente. Sul Piave a Perarolo siamo riusciti a creare una situazione di qualità (portata a esempio in Italia) combattendo con l’Enel per i livelli dell’acqua. Ma abbiamo di che essere sconsolati: non ci consentono di comprare una barca per pulire il lago, ma spendono anche 2 milioni per una centralina. Possibile?».  A Belluno è il Piave che viene guardato a vista, oltre che l’Ardo: «L’Enel dice che i volumi su un arco temporale li rispetta» dice Franco Dall’O, presidente del bacino «è chiaro che quando piove l’Enel rilascia di più ma perchè ha i laghi pieni, non perchè lo voglia. Quanto alle centraline, capisco la necessità di energia, ma vanno fatte in maniera che creino meno danno possibilie al torrente. Se poi la centralina becca 50 litri e me ne fa uscire venti, vuol dire che una parte di acqua va altrove. Il problema si acuisce quando c’è carenza d’acqua e il torrente ne risente. Qui sul bacino bellunese non ce ne sono molte di centraline ma ci sono comunque torrenti che non arrivano più al Piave, come il Cicogna, o come il Limana che ha l’acqua a singhiozzo. Per noi, anche a livello di pesca, sono torrenti persi e non andiamo neanche a investire, perchè sappiamo che non hanno una continuità di acqua».  Insomma, il bacino di pesca bellunese è pronto a dar battaglia: «Siamo pronti: teniamo l’Ardo sotto controllo perchè ci sono troppi scarichi fognari, e due o tre volte all’anno troviamo piccole morie di pesci: vengono imputate a cause astratte ma sappiamo bene che cos’è. E la nostra prima battaglia sarà questa: vogliamo capire se è possibile togliere i tubi fognari esistenti lungo l’asta dell’Ardo: si vedono chiaramente, basta fare una passeggiata».
Corriere delle Alpi 21.03.2008

Un anno di reclusione e un milione di risarcimento subito
Enel, condannati sei dirigenti
Quattro anni di indagini del Corpo forestale sul minimo deflusso

BELLUNO. Un anno di reclusione per danneggiamento aggravato. È la condanna inflitta dal giudice a sei dirigenti dell’Enel, responsabili delle unità operative dell’azienda elettrica in provincia, e accusati di non aver rispettato il minimo deflusso vitale nei torrenti, danneggiando l’ambiente. Gli imputati sono stati invece prosciolti dall’accusa di distruzione o deturpamento di bellezze naturali i quanto il reato è caduto in prescrizione. Il giudice ha anche disposto l’interdizione per un anno dai pubblici uffici ed ha accolto la richiesta del Ministero dell’Ambiente, costituitosi parte civile, di una provvisionale (un anticipo) di un milione di euro. Filippi
Dovranno anticipare un milione di euro a titolo di risarcimento
Fiumi a secco, condannati 6 dirigenti Enel

BELLUNO. Un anno di reclusione per danneggiamento aggravato. È la condanna inflitta dal giudice Antonella Coniglio a sei dirigenti dell’Enel, responsabili delle unità operative dell’azienda elettrica dislocate in provincia, e accusati di non aver rispettato il minimo deflusso vitale nei torrenti, danneggiando l’ambiente. Gli imputati sono stati invece prosciolti dall’accusa di distruzione o deturpamento di bellezze naturali i quanto il reato è caduto in prescrizione.  Il giudice ha anche disposto l’interdizione per un anno degli imputati condannati dai pubblici uffici ed ha accolto la richiesta del Ministero dell’Ambiente, costituitosi parte civile, di una provvisionale (un anticipo) di un milione di euro quale risarcimento dei danni, che saranno poi quantificati con esattezza in un procedimento civile. La condanna, ovviamente, non è stata ben accolta dai difensori, gli avvocati Sandro De Vecchi, Cesare Zaccone e Marco Cason (studio Perera), che hanno preannunciato l’impugnazione della sentenza davanti ai giudici della Corte d’Appello. I sei imputati condannati erano, all’epoca dei fatti, tra il 2000 ed il 2004, i responsabili delle unità operative Enel di Soverzene, Agordo, Calalzo, Feltre e Vittorio Veneto: Angelo Nasso, 53 anni di Polistena, Francesco Cattaruzza Dorigo, 49 anni di Auronzo, Sergio Adami, 47 anni di Farra di Soligo, Paolo Tartaglia, 48 anni di Barga, Dario Feltrin, 48 anni di Longarone e Ivano Tonon, 54 anni di Conegliano. L’accusa contestava loro di aver effettuato prelievi idrici selvaggi e di non aver rispetto il minimo deflusso vitale nei torrenti. Quattro anni di indagini del Corpo forestale, tra il 2000 ed il 2004, hanno portato la pubblica accusa a stabilire che a far boccheggiare i pesci negli affluenti del Piave (ma anche in piccoli corsi d’acqua) furono le prese Enel per l’alimentazione delle centrali. Un danno che il Ministero dell’Ambiente ha quantificato in 12 milioni di euro ma che, invece, un perito in una precedente udienza ha ridimensionato ad una cifra compresa tra i 3 ed i 5 milioni di euro. A stabilirlo sarà dunque il tribunale civile in una causa separata, anche se l’Enel dovrà comunque versare al Ministero dell’Ambiente un milione di euro, quale anticipo di risarcimento, oltre a pagare 12.000 euro di spese legali.  In aula è stata battaglia. La pubblica accusa, con un’efficace requisitoria, ha ribadito che le indagini del Corpo forestale hanno provato che l’Enel non ha rispettato il rilascio di acqua che rappresenta il minimo deflusso vitale provocando morie di pesci e danni all’ambiente. Inoltre, ammesso che alcune prese fossero state ostruite da detriti provocati da agenti atmosferici non previsti era comunque compito dell’Enel andarle a ripulire ed ha chiesto la condanna degli imputati ad un anno e due mesi per danneggiamento. I legali, in particolare gli avvocati De Vecchi e Zaccone, hanno contrapposto in aula tesi opposte: la mancanza di prove dell’accusa e in ogni caso l’assenza di comportamenti dolosi da parte degli imputati, oltre al fatto che l’Enel si sarebbe sempre dimostrata disponibile a riparare ad eventuali errori effettuati, comunque, senza dolo. La difesa ha inoltre rivendicato la correttezza degli imputati ed il rispetto dei minimi deflussi vitali. Ma la sentenza del giudice ha accolto le tesi della pubblica accusa.

La difesa: «Ci rifaremo in Appello»

BELLUNO. Incassata la condanna in primo grado, alla difesa degli imputati, tutti responsabili dell’Enel, non resta che preannunciare Appello. Al termine del processo, l’avvocato Sandro De Vecchi ribadisce che “la percentuale di acqua trattenuta rispetto al dovuto risulta inferiore al 5 per cento e riguarda prese anche piccolissime per cui non vi è stato alcuno scopo di lucro ma al massimo qualche mancato funzionamento delle opere di rilascio dell’acqua dovuto a eventi atmosferici imprevedibili che hanno ostruito le prese”. Da parte sua l’Enel ha diramato un comunicato nel quale si sottolinea che “nel valutare la condotta dei propri operatori non si è tenuto conto che presunti mancati rilasci rappresentano una percentuale trascurabile rispetto ai quantitativi globali di acqua rilasciata da Enel nei suoi 100 punti del complesso sistema idraulico. Inoltre non si è tenuto conto dell’atteggiamento collaborativo sempre dimostrato con le istituzioni. Fiduciosi nell’esito in Appello, ribadiamo l’impegno in materia di attenzione all’ambiente”.
Corriere delle Alpi 01.03.2008

Domande a raffica sul consulente. Slitta la sentenza
Perizia d’ufficio scalda l’aula

BELLUNO. Perizia tecnica nel mirino ieri mattina al processo che vede imputati sei dirigenti dell’Enel e di società ad essa collegate. L’accusa è di deturpamento ambientale di una cinquantina di torrenti rientranti nel territorio gestito dalle unità operative Enel di Soverzene, Agordo, Calalzo, Feltre e Vittorio Veneto: imputati, Angelo Nasso, 50enne di Polistena; Francesco Cattaruzza Dorigo, 46 anni di Auronzo; Sergio Adami, 44enne di Farra di Soligo; Paolo Tartaglia, 45enne di Barga; Dario Feltrin, 45enne di Longarone e Ivano Tonon, 51enne di Conegliano (difesi dagli avvocati Sandro De Vecchi e Cesare Zacconi, Paolo Perera).  Ma quanto del mancato rispetto del deflusso minimo vitale deve addebitarsi alle paratie chiuse e quanto invece alla concomitanza di eventi atmosferici non favorevoli?  In aula ieri era di scena il consulente tecnico d’ufficio Vincenzo D’Agostino che il 20 gennaio scorso ha depositato la perizia disposta dal giudice. D’Agostino ha risposto al fuoco incrociato delle domande sulle conclusioni del suo elaborato tecnico. Molti i sopralluoghi sul posto che negli anni scorsi D’Agostino ha effettuato per rendersi conto di persona della situazione di alcuni torrenti per cui venivano contestati i rilasci nel deflusso minimo vitale.  Molti i torrenti nei quali ha trovato le paratie chiuse e gli alvei secchi: ma non è su questi che si sono concentrate le attenzioni di accusa e difese.  E’ sulle situazioni «border line» che si è cercato di capire dove fossero le carenze: in molti torrenti, oltre alle griglie dell’Enel, è la natura a fare il suo corso. Nei casi dubbi discussi, spesso fenomeni carsici o alluvionali, gli stessi depositi di materiale trasportato dall’acqua possono determinare un calo o un aumento del deflusso minimo vitale. E’ soprattutto sulla valutazione di questi che ha battuto l’avvocato di parte civile del ministero dell’ambiente, Schiesaro chiedendo dei chiarimenti al consulente.  Un esame anche abbastanza «riscaldato» sull’interpretazinoe di alcuni termini e condizioni giudicate nella perizia dove del resto vengono descritte quei casi di torrenti dove non c’era dubbio che le opere di presa non rilasciavano il minimo deflusso vitale.  Un processo che riprenderà alla fine di marzo per l’inizio della discussione in vista della sentenza.

 

Corriere delle Alpi 29.02.2008

Processo a 6 dirigenti Enel

BELLUNO. Sei responsabili di società e unità operative dell’Enel alla sbarra con l’accusa di deturpamento ambientale di una cinquantina di torrenti rientranti nel territorio gestito dalle unità operative Enel di Soverzene, Agordo, Calalzo, Feltre e Vittorio Veneto. Il processo, già incardinato, prosegue oggi. Questi gli imputati: Angelo Nasso, 50enne di Polistena; Francesco Cattaruzza Dorigo, 46 anni di Auronzo; Sergio Adami, 44enne di Farra di Soligo; Paolo Tartaglia, 45enne di Barga; Dario Feltrin, 45enne di Longarone e Ivano Tonon, 51enne di Conegliano (difesi dagli avvocati Sandro De Vecchi e Cesare Zacconi, Paolo Perera). L’accusa è rivolta dal Corpo Forestale che ha sviluppato quattro anni di indagini, fotografato e misurato morie di pesci e livelli di acqua. «Confermo che le paratoie erano chiusa», «confermo che sul greto c’era abbondante scarico ghiaia a valle della presa: c’era pocchissima acqua nel luglio 2003 e non tracimava di certo». Frasi ricorrenti nei testimoni dell’accusa che nelle scorse udienze hanno testimoniato davanti al giudice. Non sarà comunque l’udienza della sentenza, in programma a fine marzo.