La speculazione delle centraline idroelettriche

comunicato stampa del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune Belluno

La speculazione delle centraline idroelettriche

Alcuni considerazioni preliminari:
• la produzione idroelettrica di tutte le centrali italiane soddisfa circa il 12% del fabbisogno di energia elettrica nazionale;
• lo sfruttamento di ogni residua portata dei torrenti del bacino della Piave può fornire un contributo dell’ordine del solo 4% della potenza idroelettrica già installata in Regione (infatti i fiumi e torrenti maggiori sono già completamente artificializzati);
• estendendo, ad abundantiam, tali dati all’intero territorio nazionale, ne risulterebbe che il sacrificio totale dei torrenti ancora esistenti porterebbe a un incremento “una tantum” non superiore al 5‰ (5 per mille) del fabbisogno energetico nazionale;
• essendo pari a circa il 2% l’incremento medio annuo della richiesta energetica nazionale, in tempi di andamento economico normale, si ricava che, nell’arco di pochi mesi, il sacrificio totale delle portate residue dei torrenti sarebbe vanificato: infatti 12 mesi/anno x 0.005/0.02 = 3 mesi;
• in parole povere, dopo pochi mesi saremmo al punto di partenza, mentre di ulteriore acqua da sfruttare non ne avremmo più, mentre gli ambiti ecologici dei torrenti sarebbero profondamente alterati, se non distrutti, per sempre.

Qualcuno, tra i quali alcuni Sindaci condizionati dalle difficoltà dei bilanci, potrebbe obbiettare che quattro soldi entranti nelle casse comunali (si tratta in genere di qualche decina di migliaia di euro all’anno) sono pur sempre meglio di niente, soprattutto in tempi di crisi.
Certo, rispondiamo, ma da dove vengono queste elemosine? Esse sono una modestissima parte del ricavo dei soggetti, per lo più privati, concessionari delle centraline, i quali, per alcuni decenni, possono vendere ai gestori della rete nazionale l’energia prodotta a prezzi di gran lunga gonfiati, rispetto al mercato, per effetto dei cosiddetti “incentivi”. E gli “incentivi” cosa sono? Sono una artificiosa sopravalutazione del prezzo di vendita di un bene, in questo caso l’energia, allo scopo di incrementarne la produzione. La convenienza economica dell’affare dovrebbe attirare gli investimenti di capitale e la concorrenza dovrebbe promuovere la ricerca, dalla quale originerebbero miglioramenti tecnologici e abbattimento dei costi di produzione. Ragionamento valido, questo, per tecnologie nascenti, aventi davanti a sé un futuro. Nel nostro caso, niente di tutto questo: l’idroelettrico ha quasi due secoli di vita, non ha più niente da innovare e, soprattutto, in futuro acqua non ce ne sarebbe più. E da dove vengono questi “incentivi”? Sono una parte della bolletta “della luce” che le imprese e i cittadini utenti pagano. Ecco quindi la risposta a coloro che obbiettano: quelle elemosine vengono dalle tasche dei cittadini. Tra questi i più penalizzati, poiché pagano due volte, sono proprio quei montanari a cui le acque vengono sottratte.

Non vi sono dubbi, per quanto detto, che le cosiddette “centraline” sono un affare speculativo.
Non risolvono alcun problema energetico; permettono, anzi incentivano, un danno erariale (l’energia prodotta è pagata assai più dei prezzi di mercato); promuove la distruzione ambientale degli ecosistemi che proliferano per la presenza stessa dell’acqua, causando di riflesso danno alle attività turistiche e ludiche dei territori montani.
Chi ci guadagna, da questo massacro ambientale, sono soprattutto i concessionari e, in misura alquanto minore, le imprese costruttrici e i progettisti, soggetti, in tempi di carenza di lavoro, a forte concorrenza tra loro e a favore dei concessionari.

La vittoria ambientalista in Val del Mis, ottenuta tramite l’impegno a tutto campo (anche economico) di volontari e cittadini, è stata possibile per l’evidente illegalità delle azioni: si pretendeva di agire all’interno di un Parco Nazionale, contro le leggi nazionali dei Parchi. Tuttavia, negli altri innumerevoli casi pendenti, bisogna prendere coscienza che gli speculatori spesso agiscono sulla base di leggi statali (quelle che istituiscono gli incentivi) e regionali (quelle che assegnano le concessioni) esistenti . Sarà quindi difficile, se non spesso impossibile, arrestare la speculazione se non si interviene sull’origine di tutto questo, e cioè sulle leggi sbagliate, sotto ogni profilo, che sono il supporto della speculazione stessa.

Per concludere, occorre certo ottenere una moratoria che fermi lo scempio ambientale, ma anche una indagine della Magistratura sulla genesi di tutto il procedimento.

P. S. L’ing. Gianluca Vigne, componente della Giunta esecutiva di Confindustria Belluno Dolomiti con delega all’energia e all’ambiente, nella sua lettera al Corriere in data 5/11/2014, riferendosi all’ennesima protesta ambientalista contro i piccoli impianti idroelettrici, afferma che essi sono invece un’opportunità enorme per le “terre alte” e che contribuirebbero altresì ad abbattere le emissioni di gas serra.
Egli non mette in risalto che nella maggior parte dei casi a guadagnarci, enormemente si!, almeno per la durata delle concessioni, sono i titolari delle stesse, per lo più privati, attraverso il sistema degli “incentivi”.
Non dà parimenti una valutazione quantitativa dell’incidenza dei benefici, indotti dallo scempio ambientale delle centraline, sulle emissioni complessive di gas serra. Si può asserire senza alcun dubbio che tale incidenza sarebbe del tutto trascurabile, mentre si osserva che il beneficio stesso non sarebbe ripetibile, poiché, evidentemente, di ulteriore acqua da sfruttare non ve ne sarebbe.
Altre, caro collega Gianluca, sono le strade per scongiurare gli effetti nefasti del gas serra, a cominciare dal risparmio energetico.

Ing. Pietro Sommavilla
Comitato Bellunese Acqua Bene Comune

9 novembre 2014